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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Stefano de Vivo, non svegliate leon che dorme

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A dispetto delle tante stellette sul curriculum e del dato anagrafico – è nato nel Maggio del ’78 – conserva una rara freschezza che gli è valsa addirittura la «nomina» di enfant prodige della nautica. Sarà per questo benefit di Madre Natura che Stefano de Vivo, Cco di Ferretti Group dal 2014, può permettersi il lusso di vietare categoricamente al suo barbiere di tingere i due (di numero) capelli bianchi che ha in testa. Sono la prova, seppur risicata, che il tempo corre anche per lui. Sono il collante tra due cifre stilistiche diametralmente opposte che lo caratterizzano: l’ineccepibile nodo alla cravatta e la barba sauvage style. Gente di Mare 2.0 lo ha incontrato. Un’ora, 24 minuti e 53 secondi di chiacchierata, non senza qualche pausa di riflessione, perché anche chi è nato pronto talvolta deve scavare in quel labirinto chiamato memoria. Ma partiamo dalla stretta attualità.

Il vostro Ceo, l’Avvocato Alberto Galassi, ha definito il 2023 «un anno straordinario». Ricavi netti per 1,11 miliardi di euro, + 11,5% rispetto al 2022, EBITDA di 169,2 milioni, in aumento di circa il 21%, con un margine del 15,2%, e un utile netto di 83,5 milioni di euro, in crescita del 38%. Detto ciò, il Gruppo contempla sette marchi. Quali sono stati i più performanti?
«In generale tutti i brand hanno raggiunto i propri obiettivi e di conseguenza soddisfatto le nostre aspettative».
Quanto al segmento dei composite yacht, numeri alla mano, è evidente un significativo aumento rispetto al ’22, con particolare riferimento a imbarcazioni sopra gli 80 piedi. È cresciuta la capacità di spesa di chi va per mare, oppure siete più bravi dei competitor in questa fascia?
«Certamente è aumentata la capacità di spesa. Spesso faccio questo esempio: quando molti anni fa mio papà ed io passeggiavamo nei porti, e lui vedeva una barca di 24 metri, esclamava “sarà di qualche signore poco raccomandabile!”. Oggi, uno yacht di queste dimensioni, senza sbeffeggiare la miseria, è la normalità. Quanto a noi, anche se non amo le autocelebrazioni, a domanda rispondo “siamo molto bravi”. Tra gli 80 e i 150 piedi, in vetroresina o carbonio, sommando tutti i nostri brand, siamo arrivati al 25% di market share, ciò significa che uno yacht su 4 venduto nel mondo è nostro».

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Ferretti Group, la flotta

Peccato per quel segno meno che sembra esserci davanti al mercato americano.
«Tolga pure il sembra. C’è».
Bene. Assodata e apprezzata la sua schiettezza, arrivo al punto. Non è forse vero che se rallenta l’America, in men che non si dica, l’Europa va a sbattere e si fa male? Timori? Cerchi alla testa?
«Premessa: di solito in una qualunque azienda a frenare gli entusiasmi è colui che si occupa della parte finanziaria, mentre il commerciale per sua natura tende a spingere sull’acceleratore dell’euforia. Ecco, in Ferretti avviene il contrario. Riconosco di essere un commerciale anomalo, pertanto prudente, salvo poi, e per fortuna aggiungo, essere smentito dal nostro Cfo quando mi fa vedere i numeri. Probabilmente la mia cautela dipende dal fatto che, pur sembrando molto giovane (sorride), ho vissuto il 2001, il 2008, il double dip del 2011 e 2012. Detto questo, sono convinto che il mercato dello yachting Oltreoceano non sia in difficoltà. Piuttosto, penso che l’America sia tornata sul pianeta Terra.
Le vendite nel ’21, nel ’22 e anche di gran parte del’23 non si erano mai registrate prima, nemmeno negli anni d’oro antecedenti la grande crisi del 2008. All’inizio del 2023, ad esempio, come Ferretti Yachts, avevamo già venduto al cliente finale praticamente tutti gli scafi del modello 580 per tutto il 2025. Alla luce di questo, voglio dire che siamo semplicemente tornati a un mercato più razionale. Oltretutto l’Europa e il Middle East continuano a crescere. Per concludere, posso affermare di non essere intimorito dal segno meno».
Giusto per restare Oltreoceano, i recenti Saloni di Miami e Palm Beach che segnali hanno dato?
«Decisamente buoni. Per quanto ci riguarda, il mercato americano è ripartito. Riassumendo: c’è la domanda e noi abbiamo l’offerta, imbarcazioni di assoluta qualità in termini di prestazioni e design. L’eccellenza del made in Italy».
Il Dna tricolore, certo.
«Il baricentro della produzione non si è mai spostato di un solo millimetro: è in Italia, nei nostri stabilimenti, nelle mani delle nostre maestranze. Procediamo dritti nella direzione dell’R&D».
Riva El-Iseo è un chiaro esempio. Dica la verità, tutta la verità, niente altro che la verità. Che emozioni ha provato guidandolo?
«Sono ostinatamente sincero. Per me è impossibile mentire, come del resto raccomandare qualcuno in cui non credo. L’El-Iseo? Certo, l’ho provato, e ho apprezzato molto l’assenza totale di rumore, cosa che, in taluni casi, in fase di manovra per esempio, paradossalmente mi ha creato una certa ansia, nel senso che non avvertendo alcun rumore, ho pensato “non parte”, quando in realtà non è spento, è semplicemente elettrico, quindi silenzioso.
In ogni caso, al netto delle mie personali sensazioni, Riva El-Iseo è un prodotto che piace moltissimo. L’armatore da un brand di questa caratura si aspetta il massimo e noi siamo riusciti ad accontentarlo. Abbiamo messo in acqua un Riva in chiave green, non qualche cosa che somigli a un Riva. Senza dimenticare che questo 27 piedi può raggiungere tranquillamente i 50 nodi, autolimitati a 40, e può affrontare in modalità economica 55 miglia di navigazione, 20-25 a velocità da crociera. La vera sfida negli anni sarà quella di guadagnare qualche miglio in più. In mare anche 5 fanno la differenza».

Riva EI-Iseo

In tema di sostenibilità, anche in casa Wally ci sono grandi manovre, corretto?
«Sì. Stiamo studiando un 43 piedi con le ali. Intendiamoci, tanti stanno andando nella direzione del foiler, ma con l’obiettivo di guadagnare in velocità. Per quanto ci riguarda, invece, si tratta di una vera rivoluzione perché la mission per noi è quella di ridurre i consumi. Mi spiego: diminuendo la resistenza sull’acqua, diminuisce il fabbisogno energetico». 
Quando vedremo questa rivoluzione volare sulle onde?
«Intorno alla metà del 2025».
A proposito di Wally, è impossibile non chiederle quale sia il suo rapporto professionale con Luca Bassani, gigante indomito della nautica, personalità complessa, forse poco malleabile…
«Tra di noi c’è mutual respect. Luca ha sempre idee geniali ed è pienamente consapevole che un no da parte mia significa che una cosa è davvero impossibile da realizzare, diversamente ha tutto il mio appoggio, al 110%. Diciamo che, forse per carattere, è un po’ impaziente, mentre noi procediamo con più cautela, ma poi quando partiamo, partiamo a spron battuto. Un esempio per tutti, dal 2019, cioè da quando abbiamo iniziato a collaborare, abbiamo consegnato più di 50 wallytender48».

interviste nautiche_ protagonisti della nautica_luca bassani
Luca Bassani

E con l’Avvocato?
«Alberto Galassi, una pila atomica».
Immagini per un istante di essere davanti a una telecamera. Gli dica qualcosa che non gli ha mai confessato.
«Oddio. Mi coglie impreparato. In questo momento ho il vuoto».
Forza, ci pensi. Scavi, scavi, che arriva. Le lascio tutto il tempo che desidera.
«Ci sono. Ho impiegato anni per convincerlo a viaggiare con British Airways e l’unica volta che ci sono riuscito, il volo ha avuto la bellezza di 5 ore di ritardo (ride di gusto). Quindi mi scuso pubblicamente con lui. Anche perché, pur avendo detto una serie di cose poco ortodosse sulla Compagnia (continua a ridere), con me è stato un vero gentleman. E poi… sì ecco, desidero ringraziarlo perché in un paio di occasioni avrebbe potuto riprendermi, ma non lo ha fatto. Lui sa (qui è molto serio)».

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Alberto Galassi con Stefano de Vivo

Andiamo avanti. Ho letto del suo impegno nel sociale, mi riferisco a Cascina Ri-Nascita, un luogo che presto accoglierà donne, e i loro figli, vittime di violenza sessuale e domestica. Davvero lodevole.
«La mia famiglia mi ha insegnato che se sei fortunato devi ridare a chi non lo è. Cascina Ri-Nascita è un progetto veramente sfidante, voluto da mia zia, la dottoressa Alessandra Kustermann, da sempre in prima fila per difendere i diritti delle donne, già Primaria di Ginecologia alla Clinica Mangiagalli. Proprio questa sera andrò a un aperitivo stellato che ha l’obiettivo di raccogliere fondi utili alla ristrutturazione di questa struttura a Sud di Milano».
Ottime scuole, buone letture, un onorato passato da velista, un ruolo di spicco in un colosso come Ferretti Group, l’attenzione verso l’altro. Perdoni la confidenza, ma lei ha proprio l’aura da bravo ragazzo.
«Una volta mi offendevo quando mi etichettavano così. Oggi, con la maturità, apprezzo».
D’accordo, ma non pensi di cavarsela. Avrà pure qualche difetto
«Dicono che sia permaloso, ma non ne sono affatto convinto. Piuttosto sono vendicativo…».
Vendicativo? Come può un altruista come lei, sempre attento al prossimo, essere vendicativo?
«Proprio perché sono altruista non perdono chi fa del male a me, a qualcuno che amo o a chiunque più semplicemente si trovi in una situazione di debolezza. Do tutto me stesso e quando la mia buona fede viene tradita, reagisco in due modi, o ignoro e cancello quella persona dalla mia vita o, come si dice, mi siedo sulla riva del fiume e attendo che passi il cadavere».
Fa quasi paura, lo sa? Per mutuare la bravissima collega giornalista Francesca Fagnani, potrei chiederle: “Che belva si sente?”.
«Un delfino».
Ma non è una belva!
«Allora diciamo un leone, ma non in qualità di Re della foresta. Io sono quel leone che se ne sta pacifico pacifico nella savana, che si fa i fatti suoi. A cui però, attenzione, non bisogna rompere le scatole».
Messaggio ricevuto. Altri difetti da brivido?
«Mangio troppe caramelle. Vado pazzo per le Goleador e gli orsetti gommosi».
Questo non vale. È roba da dilettanti. Scomodiamo ancora una volta Fagnani. L’ultima belvata che ha fatto?
«… l’ultima belvata, l’ultima belvata, vediamo… Sa che non lo so?».
O non lo può dire?
«No no, non lo so davvero. Giuro».
Rifletta.
«Forse quella volta che ho fatto piangere il piccolo Christian. Londra, diversi anni fa. Sono in un parco con mio fratello e le mie nipotine. Una delle due mi dice: “Zio Ste, lui è Christian, il mio amichetto”. Bene, io volgo lo sguardo a Christian che in un secondo scoppia in lacrime e scappa. Ecco, temo di non averlo guardato con aria rassicurante».
Che cattiveria inaudita. Vediamo di risalire la china. Lei è padre. Là fuori oggi c’è un mondo difficilissimo. Se dovesse dare a sua figlia tre cose per affrontarlo, quali sarebbero? Soltanto tre.
«Non sarebbero cose. Le direi di portare con sé la capacità di non prendersi troppo sul serio in modo tale da non essere scalfita da critiche, la sua allegria e il suo modo di essere affettuosa».
Ascolta sempre Puccini e i Queen?
«Anche Mozart, il jazz e gli ACDC. Chiaro che con una figlia, dovrò preparami alla musica trap».
E all’arrivo di un qualche Christian prima o poi. Ma questo meglio non rammentarglielo…

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