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Giuseppe Martines, per te l’avventura continua!

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A colloquio con l’architetto (e velista) Giuseppe Martines, fondatore ad Erbusco, nel cuore della Franciacorta, di GMD&Service, società di progettazione attiva nei settori della nautica, dell’automotive e dell’industrial, contraddistinta da un approccio al design e all’ingegneria completo e multidisciplinare

Sceglie le parole con la precisione tipica del giocatore impegnato in una partita di Shanghai: i punti che vuole acquistare non contemplano la presa di bastoncini colorati, leggasi termini, per lui inappropriati. Ce ne sono alcuni, in particolare, che proprio non ama si utilizzino. Quantomeno affiancati a lui o, meglio, al suo studio, perché anche su questo ha le idee molto chiare: «Non vorrei che uscisse un ritratto incentrato sulla mia figura o sulla mia personalità. Non amo mettermi in primo piano o farmi fotografare facendo finta di schizzare concept improbabili. Ritengo sia più coerente approfondire il valore concreto dei servizi offerti da GMDesign&Service». A questa premessa segue immediatamente un’altra raccomandazione: «Non desidero si parli del mio lavoro come sinonimo di passione, perché è un vocabolo molto abusato che rimanda alla capacità di affascinare, un talento che ritengo importante, ma che non appartiene a me. Preferisco fare riferimento al termine professione». Per non inciampare al primo ostacolo, cerco di fare tesoro di quanto chiarito dall’architetto Giuseppe Martines e parto dal cognome, chiedendogli delle sue origini. «Le mie radici sono spagnole: il mio cognome è con la “s” finale, e non con la “z”, per un errore di trascrizione anagrafica avvenuto più di un secolo fa. Il motivo per cui sono nato a Messina è perché il mio trisavolo, che si chiamava come me ed era conosciuto, ma anche temuto, come “Capitan Peppe” Martinez, con la “z” perché allora c’era ancora, era il comandante dell’Armata Spagnola venuto in Italia a creare il Regno delle Due Sicilie, a difendere il territorio dalle varie invasioni, attacchi dei pirati compresi. Poco dopo il mio primo compleanno, la mia famiglia è tornata a Genova, dove già viveva prima che io nascessi, ed è nel capoluogo ligure che sono cresciuto e mi sono formato a livello universitario con il Professor Vittorio Garroni Carbonara, fondatore della scuola di design nautico e navale di La Spezia in cui oggi si specializza la maggior parte dei professionisti del settore. Con lui ho frequentato il classico corso di laurea in Architettura, che all’epoca (siamo nel 2003, ndr) prevedeva un Laboratorio di Sintesi Finale, così si chiamava, in design nautico. Il 3 gennaio 2004, a meno di un mese dalla laurea, ero in studio dal Professor Garroni, dove ho iniziato a lavorare come yacht designer contribuendo, negli anni, a creare alcuni degli yacht a motore e a vela di maggior successo per Jeanneau e Prestige. L’altro ambito di attività, approfondito nella formazione accademica con un dottorato di ricerca in Transportation Design ottenuto nel 2008 sempre presso l’Università degli Studi di Genova, è quello dell’automotive. Già per la tesi di laurea avevo scelto di indagare il tema della mobilità urbana, un lavoro che reputo forward-thinking, avendo allora sviscerato una materia che oggi occupa il dibattito più stringente. È il caso dei veicoli elettrici che tuttora vengono indicati, a seconda di chi ne parla, come più o meno virtuosi. Nella tesi affrontavo la questione prendendo in considerazione significato e portata dell’alternativa nascente: sono virtuosi perché non emettono emissioni a livello locale, ma possono pesare di più e anche costare sensibilmente di più. Indicavo, quindi, la necessità di una transizione su scala europea, altro tema precursore di quanto stiamo vivendo. Rimarcavo, in sostanza, la necessità di un coordinamento e di una legislazione di indirizzo. Affrontavo poi l’efficienza energetica in relazione all’origine stessa dell’energia: l’auto elettrica può definirsi virtuosa se l’energia necessaria è ricavata da una centrale a carbone? La domanda mi pare ancora drammaticamente attuale».

Se le chiedessi come nasce, invece, la sua passione per la vela, utilizzerei il termine passione a sproposito? «Nel mio caso, parlerei di determinazione. Mi è sempre piaciuta l’idea del mezzo di trasporto quale veicolo di libertà, il classico fascino che sull’uomo hanno l’auto e la barca in relazione all’evasione e al viaggio. Un’opportunità che, vista con gli occhi di un bambino di sette anni, quanti ne avevo quando ho iniziato ad andare in barca a vela, apre un mondo di aspettative enormi. Immaginavo di potermi spostare e decidere in modo autonomo dove andare e come farlo. Una pratica che, nonostante l’avo paterno e l’interesse per la pesca da parte di madre e della sua famiglia, non fu però stimolata dai miei, ma dal primo corso effettuato durante le scuole elementari grazie alla proposta arrivata dal mio maestro. Un’esperienza che terminò con la selezione di 3 bambini, dei 26 che eravamo, destinati a proseguire con lo step successivo. Mi piazzai quarto, uno dei momenti per me più duri in assoluto». Oggi, cavalcando l’onda di un frame consumato, qualcuno del piccolo schermo comunicherebbe senza mezzi termini: “Per te l’avventura finisce qui!”. «Ci rimasi talmente male che lo capì persino il terzo arrivato che, probabilmente meno determinato di me ad andare avanti, volle lasciarmi il suo posto. Da allora non ho più smesso».

Quindi la barca a vela “vince” su quella a motore? «Quanto a pratica, ci riesce a mani basse. Lato professione, ma questo è confermato anche dalla statistica, il business si muove soprattutto sulle unità a motore. Dopo di che, quando devo fare qualche esercizio di concept design, torno volentieri alla vela. È il caso del P80, un racer di 80 piedi con il salone che in alcuni render ho avvolto di un rosso soffuso perché nella navigazione in notturna le luci interne non devono disturbare chi è fuori al timone. Qua, per una volta, anziché nel designer, desideravo mettermi nei panni dello stilista. L’involucro è stato disegnato in modo comunque ragionevole, ma la priorità non è stata studiare i volumi e i layout, quanto il linguaggio stilistico. Perché su una barca di questo tipo? Perché il fatto di lavorare con pochi materiali, pochi componenti e quindi per sottrazione, anziché per addizione, lo trovo molto parente con quello che so e mi piace fare. Qualora mi dovessi cimentare in lavori di interior styling diversi, più ricchi di contenuti tangibili in termini di décor, dovrei coinvolgere uno studio esterno specializzato in questo. È un mondo, quello della ricerca, selezione e combinazione di tessuti, essenze, materiali, colori e texture, in cui esistono professionisti brillanti e più capaci di me».

L'architetto-Giuseppe-Martines-insieme-al-suo-teamIn quale settore specifico ritiene, invece, di essere particolarmente ferrato? «In quello della modellazione 3D, un mio “pallino”. Un’opera che richiede anche gusto estetico e, soprattutto, una visione globale e la sensibilità di saper scolpire le superfici, senza fermarsi a un bello schizzo, a un bel concept design. È il mio punto forte, quello per cui i cantieri si sono sempre rivolti a me. Da qui la scelta, dettata soprattutto dalle richieste del mercato, di ampliare le opportunità di impegni, sfruttando un background vario, che dal 2016 si è arricchito dell’esperienza diretta in cantiere nell’ambito del controllo e della gestione del processo ingegneristico e produttivo, e risorse interne, e all’occorrenza esterne alla società, che consentono a GMD&Service un approccio completo al design e all’ingegneria con una visione a 360 gradi sin dalle prime fasi del progetto». Con quale obiettivo? «Puntare in maniera sempre più strutturata a rappresentare per il cliente il main contractor, il problem solving in ogni aspetto del processo per garantire un servizio “chiavi in mano” supportato da oltre vent’anni di esperienza nel settore e dal network di specialisti di cui la GMD&S ha scelto di avvalersi. Cito ad esempio Zero13 Naval Design & Consulting, realtà giovane e dinamica con cui collaboriamo per alcune specifiche task ingegneristiche». Su quali lavori il suo studio è attualmente impegnato? «Siamo coinvolti nello sviluppo del concept, un catamarano di 50 metri, del Boutique Yacht dello studio di Stefano Pastrovich, che per questo progetto ha selezionato un gruppo di esperti provenienti dal mondo dei superyacht, delle crociere e dell’ospitalità di lusso formato boutique hotel. Stiamo inoltre partecipando a un corposo intervento di refit e restyling di un Wally 64, in corso presso il cantiere Sangiorgio Marine di Genova». Nel passato più e meno recente dell’attività professionale dell’architetto Martines figurano collaborazioni con cantieri, quali tra gli altri Bluegame, Cantiere del Pardo, Fiart, FIM, e privati armatori, come quello di Canova (il 43 metri di Baltic consegnato nel 2019), che volle affidargli lo sviluppo del progetto preliminare. Un’attività intensa, che ha riguardato anche i settori dell’automotive e dell’industrial design, contraddistinta da contenuti, e termini (speriamo di usare quelli del “libro bianco”), capaci di valorizzare le idee e gli stilemi con un’esecuzione a regola d’arte riconducibile a lavoro di squadra, conoscenza, esperienza, visione d’insieme, dedizione, rigore e, non ultimo, coerenza geometrica.

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