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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Fiorella Besenzoni: «Io non ballo da sola»

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«Era così dolce che sembrava fragile, mentre era più solida del granito». Victor Hugo, I Miserabili. Il monumentale scrittore francese si riferiva a Suor Simplicia, chi scrive, con licenza, a Fiorella Besenzoni. È marketing manager nell’azienda di famiglia, la Besenzoni S.p.A., dal 1967 orgoglio italiano per quanto riguarda la progettazione e la realizzazione di accessori per la nautica, e a chi le sta di fronte appare esattamente così.
La suggestione letteraria si fa ancora più netta quando costei racconta di aver ballato per diciotto anni (anche se, portamento, clavicole sottili e capelli raccolti lo avevano già suggerito). Danza classica, bien sure. Un’arte complessa, matematica, dura, in cui prima ancora della schiena deve essere dritto il cervello. Un’arte straordinariamente generosa, per sua stessa natura capace (come poche altre) di trasformare la fatica in leggerezza, il dolore in joie de vivre.
In verità non bastano queste parole per restituire ai lettori “un’idea” di Fiorella. Il suo rigore, figlio di un’educazione retta di una volta (oggi rimpianta ahinoi), dialoga con un’ironia sottile, birichina, tipica di chi possiede un intelletto affilato come un Ka-bar. Scoppia fragorosa la risata quando, per esempio, dopo aver dichiarato, da vera globetrotter qual è, di scegliere spesso località impegnative, e segue un banale «come mai?», la sua risposta è: «Disincentivo i miei familiari ad accompagnarmi!».

Fiorella, balla ancora?
Sì, di tutto.
Dica la verità, ai tempi come se la cavava con i maledetti fouetté?
Facevo i miei onesti sei, sette consecutivi. Fatti bene, eh. Ero bravina.
Perché allora non ha scelto di diventare una ballerina professionista?
In realtà ho sempre pensato che avrei intrapreso una carriera diplomatica. Il mio sogno era quello di diventare ambasciatrice. Volevo risolvere i problemi del mondo.
E invece? Che cosa è successo?
Che risolvo quelli degli armatori. Venticinque anni fa sono entrata nell’azienda di famiglia.
Della serie “o fai questo o fai questo?”
No no. Non ho mai ricevuto pressioni. Di nessun tipo. Ho semplicemente capito che era giusto che anche io facessi la mia parte. Che contribuissi a quanto papà (Giovanni Besenzoni, ndr) aveva costruito con onestà e impegno negli anni. La spinta è arrivata in parti uguali dall’amore per i miei cari e dal senso di responsabilità.
Quindi ha appeso al chiodo le sue scarpette da punta, la sua laurea in Giurisprudenza e?
Ho iniziato al customer service, una bella palestra perché è il primo punto di contatto con il cliente. La linea di fuoco dell’azienda.
Paura?
Direi ansia. Di fornire le risposte sbagliate ovviamente. Di non cogliere immediatamente l’esigenza del cliente. Ricordo che studiavo i cataloghi di notte per fugare eventuali dubbi sui prodotti. E poi non volevo dare ai miei colleghi l’impressione di essere stata “messa lì” in quanto figlia del proprietario.
L’atavico e antipatico cliché…
Già. Non credo che la poltrona sia un diritto precostituito. Te la devi sudare. Talvolta  faticando il doppio. Devi sfatare i pregiudizi con i fatti. Devi dimostrare di essere all’altezza  della situazione. L’ingresso, per quanto agevolato, non fa sconti. La stima dei colleghi va giustamente conquistata, la fiducia di chi ha creduto in te, ripagata.
Immagino si riferisca alla fiducia che ha riposto in lei suo padre. Ha memoria di qualche rimprovero? Per un errore, una svista…
Sinceramente no. Anche perché se papà era “infastidito” da qualcosa, bastava il suo sguardo, mi creda. Cui seguivano silenzi assordanti. Detto ciò, al contrario, era capace di esternare la sua ammirazione se meritata.
Per esempio?
Papà non amava volare e quando io, ancora giovanissima, partivo per qualche fiera, verso paesi lontani per aprire nuovi mercati, come nel caso della Cina per citarne uno, be’, lui si complimentava. Era piacevolmente impressionato dal mio coraggio, dalla mia intraprendenza. Era ammirato dal fatto che io non avessi timori ad andare da sola.
Qual è l’eredita più grande che le ha lasciato?
L’onestà. Unita al rispetto non soltanto per il cliente. Per tutti. E l’attitudine alla prestazione.
In che senso “attitudine alla prestazione”?
Nel senso che se fai una cosa, la devi fare per bene, al meglio delle tue possibilità. Sempre. Per mio padre era una conditio sine qua non.
Conditio che lei avrà religiosamente osservato nel corso di tutte le sue diverse esperienze in azienda… Ha iniziato al customer service, macinato chilometri quando si è occupata di estero, per approdare infine all’ufficio marketing che oggi dirige. L’immagine di Besenzoni, di fatto, è nelle sue mani.
Quello della comunicazione è un settore molto stimolante.
Anche molto cambiato.
Vero. Un tempo ci si occupava essenzialmente di campagne pubblicitarie sulla stampa e di eventi fieristici. I rapporti erano soprattutto b2b, si interagiva con il cantiere che decideva di montare questa o quella passerella, questa o quella scala… Oggi è diverso. I social, di fatto, hanno aperto le porte delle aziende a chiunque. Siamo tutti sotto la lente di ingrandimento, passibili di giudizi. La tecnologia ha cambiato i codici della narrazione.

In che modo?
I clienti vogliono emozionarsi. Così, prima ancora di spiegare il movimento di una passerella, elettrico o idraulico, e tutti i tecnicismi del caso, devi portarceli idealmente sopra, devi fargli sentire la materia sotto i piedi. Devi passare il messaggio che stai offrendo loro un plus. In altre parole che gli stai risolvendo un problema.
Difficile? Non c’è forse il rischio di inciampare nella famosa aria fritta?
Non è semplice, lo riconosco, ma io cerco di comunicare sempre con grande onestà, senza farmi prendere troppo la mano. Sono figlia di un certo pragmatismo che mi vieta di uscire dal perimetro del buon senso. E poi noi abbiamo un prodotto di qualità e questo è un grande vantaggio. Se non c’è il prodotto, non può esserci comunicazione.
A dare una mano in questo senso ci pensa anche il design. Accessori che un tempo erano meramente funzionali, oggi sono opere d’arte. La bellezza, si sa, si presta alla narrazione emozionale. È un buon conduttore.
Oggi forma e sostanza vanno di pari passo. Per la verità, mio padre ha riservato grande attenzione anche al lato estetico da sempre. Diceva: “Noi facciamo componenti, talvolta di grandi dimensioni. L’armatore non deve mai percepirli come elementi di disturbo, ingombranti. Devono essere in totale armonia con il resto della barca”.
In questo vincete a mani basse. Da impresa artigianale, Besenzoni è diventata una realtà industriale, un punto di riferimento per lo yachting internazionale. Perché lei ha scelto di stare un passo indietro? Di non attraversare idealmente la famosa passerella? Di non prendersi l’applauso?
Faccio parte dell’azienda, amo il mio ruolo, ma oggi Besenzoni è indiscutibilmente mio fratello Giorgio. È giusto così. Io preferisco stare dietro le quinte, o meglio, per mutuare un’espressione del mondo della danza potrei dire che mi sento una ballerina di fila.
D’accordo. E se invece ora, all’improvviso, partisse davvero la musica?
No no, un attimo… Se parliamo di danza in senso stretto, la scena me la prendo.

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