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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Amalia, la donna che ha fatto bene, anzi benissimo, «i suoi calcoli»

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Dal 1991 è al timone della Nanni, azienda specializzata nella marinizzazione di motori e nella progettazione e costruzione di gruppi elettrogeni. Grazie alla serietà e alla competenza che la contraddistinguono si è guadagnata la stima e la fiducia di colossi del calibro di Scania, John Deere, Toyota, Man, Kubota con cui porta avanti importanti collaborazioni. Amalia Festa, madre di due figli che oggi lavorano con lei, ha fatto del rigore – ereditato dal padre – uno stile di vita. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Fenomenologia di una donna coraggiosa per cui “la matematica non è affatto un’opinione”.

Abdichiamo, di grazia, all’imparzialità imposta dal mestiere e diciamolo: «Una donna così incanta». Di magnetico ha perfino il nome: Amalia. Sembra uscita dalla penna di Ian Flaming… la bionda misteriosa con il Panama alla quale nemmeno highlander James Bond può resistere. Sorriso intelligente, che sa essere amaro quando serve, che anticipa l’eloquio a seconda dell’inclinazione, Amalia, Festa di cognome, è presidente e ceo di Nanni, azienda italo-francese con sede ad Arcachon, specializzata nella marinizzazione dei motori e nella progettazione e costruzione di gruppi elettrogeni.
A dio piacendo, non è presidentessa. Con il “genere” ha fatto pace «dopo aver morso per anni, dopo aver attaccato per non essere attaccata, dopo aver indossato un’armatura» come lei stessa ha ammesso. Seria, preparata, centrata, ha una mente brillantissima, affilata dagli insegnamenti di un padre che racconta con infinita ammirazione. Tanto che, ascoltandola, per associazione torna alla mente quel mirabile attestato di stima e fiducia che i tedeschi avevano per Immanuel Kant: i concittadini del filosofo erano soliti regolare le lancette dell’orologio al suo passare.
Gente di Mare 2.0 l’ha incontrata. Per parlare con lei di Nanni, ovvio, ma anche di molto altro. Di matematica per esempio. Scienza per cui nutre smisurata passione e che padroneggia come un giocoliere i suoi birilli.

Quando ha compreso il trasporto per questa materia?
«Avevo circa 6 anni. Mio padre, matematico puro per diletto, insegnava a mia sorella maggiore le equazioni basiche utilizzando un particolare metodo accelerato. Io, incuriosita, ascoltavo, e dunque imparavo. In pratica sono cresciuta respirando numeri. Papà era un uomo eccezionale, trascorreva notti intere a calcolare la distanza tra le stelle».
Piergiorgio Odifreddi ha dichiarato: «Se la logica e la matematica prendessero il posto della religione e dell’astrologia nelle scuole e in televisione, il mondo diventerebbe gradualmente un luogo più sensato, e la vita più degna di essere vissuta». Che cosa ne pensa?
«Condivido, e mi permetto di aggiungere un’altra considerazione. Se tutti noi fossimo in grado di parlare il linguaggio matematico, potremmo interloquire anche con gli alieni. O, se preferisce, con l’Universo, poiché quest’ultimo si regge su formule matematiche».
Anche con Dio? A proposito, esiste? 
«Ovvio. Certo che esiste. Non ci sarebbe nulla senza Dio. Detto ciò, ognuno lo chiama come meglio crede. Gli scienziati lo chiamano Universo».
Lei?
«Universo».
Charles Darwin sosteneva che la matematica fosse in grado di dotare l’essere umano di un senso nuovo. Qual è il suo?
«L’intuizione, la capacità di comprendere fatti e persone anzitempo. Una mente matematica non è mai sopita, è allenata a pensare. Schedula ogni singola azione che diventa subito esperienza. La somma delle esperienze permette di anticipare il futuro».
Aiuto, credo di essermi persa. Può fare un esempio concreto, magari legato alla quotidianità, comprensibile a noi mortali?
«Nell’esatto momento in cui un fornitore mi dà un pezzo, io so già quanto mi costerà. Non ho bisogno di perdere tempo a capire se sarà conveniente o meno, o di andare a verificare quanti pezzi di questo o quel motore io abbia in magazzino. So già quanti ne ho e di quanti ne ho bisogno. È difficile che mi sbagli (sorride divertita). In azienda ancora si stupiscono. Se dico che di quel modello X ci sono 320 unità, al massimo ce ne possono essere 321. Ricordo tutto, fotografo con gli occhi e l’immagine diventa numero».
Veniamo a Nanni. Anzitutto, perché Nanni?
«Nanni è il cognome della moglie dell’imprenditore che ha fondato l’azienda a Milano nel 1952. Per ragioni contrattuali non poteva usare il suo, Ubaldi».
Il ’91, invece, è l’anno dell’acquisizione. Chi ha cercato chi?
«Nell’87 mio padre ha venduto la sua azienda agli americani. Il capitale andava reinvestito. In quel periodo si è fatta avanti la Nanni. Dopo una trattativa di circa un anno e mezzo, abbiamo concluso l’affare».
Ed eccovi qui. Anzi là, in Francia. Perché la scelta di portare l’azienda Oltralpe?
«Al tempo dell’acquisizione Nanni contava tre sedi, una in Olanda, una in Italia e una in Francia per l’appunto. Fin da subito mi sono resa conto che la gestione a distanza, soprattutto del personale, era complicata. Pertanto ho deciso di convogliare tutto in Francia, mantenendo in Italia un ufficio commerciale e un magazzino».

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La sede della Nanni ad Arcachon, Francia.


Per quale motivo? Che cos’ha in più la Grande Nation?
«Diciamo che qui era ed è molto più semplice aprire e gestire un’attività. Dal punto di vista amministrativo e finanziario è tutto più agile, veloce».
Già, maledetta burocrazia, tallone d’Achille del Tricolore. Dica la verità però, l’Italia un po’ le manca? Mai pensato di tornarci?
«In realtà io non sono mai andata via dal mio paese. Nanni è presente in Italia, anzi, oserei dire ora più che mai. Il mercato italiano attualmente è il più importante e strategico».
Forse perché l’Italia è la patria dell’eccellenza nautica?
«Anche, ma non solo. I grandi cantieri, in fondo, ci sono sempre stati, oggi come allora».
Quindi?
«Quindi significa che abbiamo i prodotti giusti nel momento giusto. Novità che incontrano la domanda del Belpaese».
Prima di raccontarle ai nostri lettori – un po’ di suspence non guasta – può spiegare com’è organizzata la Nanni? Dipendenti, cariche, chi fa cosa…
«In totale abbiamo 115 dipendenti. Io mi occupo della parte finanziaria. Con me lavorano i miei figli, Gregorio e Michele. Il primo è direttore generale del Gruppo, mentre il secondo è direttore marketing, nonché responsabile ricambi e progetti service. Mio marito, Giovanni Insom, invece, si occupa di risorse umane».

Arrivati a questo punto, anche se non è consuetudine, bisogna interrompere il flusso domanda-risposta, per aprire una deliziosa parentesi. Michele è la persona con cui mi sono interfacciata per organizzare l’incontro con Amalia Festa. Michele è anche la persona che si è scusata per i pochi minuti di ritardo del presidente: «La signora Amalia Festa sarà qui a breve». Michele ha assistito all’intervista, intervenendo qua e là come si conviene a un vero uomo di marketing. Ebbene, soltanto dopo una buona mezz’ora e più di chiacchiere ho appresso che si trattasse del figlio. Mi ha colpita la formalità, mai stucchevole e caricaturale. «La distanza è imposta dal ruolo. In ufficio la mamma è la signora Amalia Festa» ha detto lui. «I miei figli hanno ricevuto un’educazione eccezionale» ha detto lei. Bene, torniamo a Nanni.

Il mercato italiano si diceva… perché è così importante ora?
«Abbiamo ottime prospettive di crescita perché stiamo lavorando su un doppio binario, quello delle imbarcazioni da diporto e quello delle imbarcazioni commerciali. Abbiamo sviluppato gruppi elettrogeni fino a 4 mila kilowatt, destinati a navi di grossa taglia i cui budget minimi partono da 2 milioni di euro. Questo nuovo corso ci consentirà di aumentare sensibilmente il fatturato nei prossimi tre anni».
Ovvero? Di passare da a?
«Da 48 a 80 milioni di euro circa».
Obbiettivo ambizioso.
«Direi raggiungibile. In soli due anni abbiamo aumentato il fatturato in Francia dell’80%. Siamo passati dai 28 milioni del 2021 ai 48 consolidati sia nel ’22, sia nel ’23. Questo grazie a una serie di scelte lungimiranti che, per amor di verità, ho potuto fare perché gli imprenditori francesi, a differenza di quelli italiani, in era Covid hanno ricevuto somme importanti dallo Stato. Io ho investito questi aiuti in stock. Ho riempito il magazzino. Così, quando il mercato è ripartito, ma tutti arrancavano per via delle enormi difficoltà nell’approvvigionamento di materie prime, noi andavamo come treni. Dalla Nanni uscivano motori alla velocità della luce. Questo ci ha permesso di acquisire nuovi clienti, di essere più forti di prima».
Mai un dubbio? Una preoccupazione? In fondo lei ha comprato in un momento in cui il mercato era praticamente paralizzato, ostaggio della pandemia.
«Ho corso quello si chiama rischio di impresa, ma direi che ne è valsa la pena. Probabilmente la mente matematica mi ha aiutata per via di quello che spiegavo prima. Abbiamo guadagnato un anno sulla concorrenza».
Non fa una piega. Anche se, forse, oltre alla matematica, l’ha aiutata il coraggio. C’è tuttavia qualcosa di cui ha paura?
«Ho paura di tutto. Detto ciò, la paura è una forma di grandezza. Di difesa. È un campanello dirimente. Se lo sai ascoltare, lo affronti e lo superi».
Alla luce di questo, che cosa consiglierebbe a una giovane donna che oggi volesse intraprendere il cammino in un ambiente ancora così maschile, come quello della nautica?
«Di fidarsi sempre di se stessa. Di ascoltare gli altri, certo, ma di scegliere in base a ciò che sente. Poi naturalmente di avere i piedi per terra».
A proposito, lei sa ascoltare?
«Poco (sorride). O meglio, diciamo che sto imparando ora. Forse non ascoltare gli altri è il mio peggior difetto, ma ci sto lavorando, giuro». 
Un pregio?
«Ritengo di essere una donna coraggiosa. Non sarei arrivata fino qui».

«Se posso permettermi, aggiungo una donna giusta, corretta, di parola, rispettosa di tutti» precisa Michele. E a questo punto il presidente, anche se si trova nel suo ufficio, anche se magari mentre mi parla sta calcolando l’Iva sull’ultima fornitura, anche se è la Signora Amalia Festa, si lascia andare in un sorriso di spalancata e materna bellezza. Cui nemmeno higlander James Bond potrebbe resistere.

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