Una storia lunga quasi cento anni. Una nave scuola che ha accolto i ragazzi di strada per dargli un’istruzione e per insegnargli i mestieri del mare
La storia di Nicolò Garaventa e della sua nave scuola me l’hanno raccontata a puntate molte volte fin da bambino. Il motivo è presto detto: Nicolò Garaventa era il nonno di mio nonno e mi hanno sempre spiegato che il mio nome di battesimo deriva da lui, anche se mia madre mi diceva che le piaceva a prescindere e, infatti, mi chiamo Niccolò con due “c”, non con una sola, come Garaventa. “Meglio abbondare, tanto è gratis”, mi diceva. Ai racconti orali ho aggiunto la lettura di alcuni libri come quelli di Emilia Garaventa e di Carlo Peirano. La storia della “Nave Scuola Redenzione” è anche la storia del suo fondatore, Nicolò Garaventa, e, in fondo, indirettamente, rappresenta anche la storia di Genova per quasi un secolo.
La nave scuola, infatti, iniziò la sua attività nel 1883 e terminò nel 1977, sessant’anni dopo la morte di Nicolò Garaventa. Qual era lo scopo? Offrire un’alternativa a bambini e ragazzi che vivevano in strada. Si trattava di poveri, orfani, figli illegittimi, che erano stati abbandonati e che vivevano per strada di elemosina, espedienti e furti. Sulla Garaventa avevano la possibilità di frequentare una scuola, seguire la disciplina che si ispirava a quella della Marina Militare e, ovviamente, imparare un mestiere. Non era scontato a quei tempi.

Dodicimila ragazzi da salvare
Verso la fine dell’Ottocento dominavano le teorie del positivismo criminologico che teorizzavano l’irrecuperabilità dei “soggetti deviati”. Poveri, mendicanti e delinquenti non avevano speranza. A loro toccava la strada e poi il carcere. La nave scuola invece si prefiggeva una seconda possibilità che passava appunto attraverso l’istruzione e l’inserimento sociale. E la Garaventa fu un fenomeno di notevoli dimensioni. Nei quasi cento anni di vita fu frequentata da circa 12.000 ragazzi.
A bordo, c’era posto per un centinaio di loro ogni anno. Nicolò Garaventa faceva il professore di matematica al Liceo D’Oria, ma aveva anche uno spirito filantropico e insegnava gratuitamente nella sede della Confederazione operaia genovese. Ed è proprio lo stesso Garaventa a raccontare, nell’opuscolo intitolato “Nave scuola Redenzione”, che cosa lo spinse a iniziare l’avventura della nave scuola. Stava discutendo con alcuni operai che avrebbero seguito il suo prossimo corso e “nel mentre c’intratteniamo a parlare del nuovo corso che stava per aprirsi, s’accosta a me un ragazzo sugli otto anni circa. Era scalzo, pochi panni coprivano il suo petto e alcuni cenci cadevano sulle ginocchia senza coprire per intero le gambe. Era trasandato ma i capelli color oro e il suo visino erano quelli di un angelo, i suoi occhi lo dicevano. S’avvicina e mi chiede un pezzo di pane. Io, sentendomi interrotto, senza badare ad altro, mi volto bruscamente e gli dico: va via! Pronunciando quelle parole provai un gran turbamento nell’animo mio. Parlavo con gli operai, ma ad ogni due parole mi voltavo a guardare quel fanciullo. E così facendo lo vedo impalato come una statua, con gli occhi fissi nei miei, quasi rimasto tra il sorpreso e il mortificato”.

Poco dopo, alla fine del 1883 si rivolse al sindaco chiedendo un locale qualunque per offrire un ricovero, da mangiare e un’istruzione di base ai ragazzi di strada, ma non ricevette mai risposta. Allora si rivolse al questore che lo autorizzò ad allestire una baracca sulla spianata dell’Acquasola. Nacque così, anche grazie alla beneficenza di associazioni e imprenditori genovesi, la “Scuola officina Redenzione”.

La “nave scuola Redenzione” fu attiva dal 1883 al 1977.
Un’occasione per diventare marinai
Due anni dopo ebbe l’idea di trasferire “quel carico di giovani meno fortunati” su una nave con l’obiettivo, oltre che di istruirli, anche di formarli professionalmente, avviandoli alla carriera del mare. Cosa che effettivamente successe perché molti garaventini trovarono lavoro a bordo delle navi e s’imbarcarono. Il 12 luglio del 1885 l’allora ministro della Marina, Benedetto Brin, comunicava al barone Ruggero, comandante del porto di Genova, l’autorizzazione che consentiva al professor Garaventa di prendere possesso di una nave.

Si trattava della nave cannoniera corazzata “Andrea Cappellini” che per 14 anni fu sede della “Nave scuola Redenzione”. A poppa c’era la scuola, a centro nave il refettorio e a prua il luogo delle pulizie. La scuola era divisa in tre sezioni: quella preparatoria, la sezione mozzi e quella allievi macchinisti. Le offerte benefiche, oltre alle somme in denaro, consistevano in merci: balle di stoccafisso e baccalà, scatole di tonno, gallette, farina e vestiario. La borghesia genovese fu generosa con la Garaventa anche perché il fenomeno dell’accattonaggio e dei furti era una vera e propria piaga e la nave scuola contribuiva a tenere lontano dalla strada un centinaio di ragazzi ogni anno.

Ospitava bambini e ragazzi di strada: orfani, figli illegittimi e bambini abbandonati. Erano ragazzi che vivevano di elemosina e piccoli furti.
Dopo quattordici anni di servizio la “Andrea Cappellini” cominciò letteralmente a fare acqua. Garaventa cercò a lungo i fondi per acquistarne una nuova e alla fine li trovò. Il benefattore fu un banchiere genovese che chiese di rimanere anonimo e ancora oggi non si sa chi fosse. Prese così servizio il pontone brigantino “Daino”, una nave a tre alberi, due ponti e il giardino di poppa. Nel 1904 fu sostituita dalla cannoniera “Sebastiano Veniero”. Gli apprezzamenti arrivarono da più parti e perfino all’estero erano interessati al metodo educativo che adottava Garaventa.

Sulla Garaventa passarono circa 12.000 ragazzi. Ogni anno erano cento gli allievi a bordo della nave scuola.
I nemici di Nicolò Garaventa
C’erano però anche i nemici, come Cesare Lombroso, che considerava il professore un pazzo perché non credeva che un criminale potesse avere una seconda possibilità. Ma i numeri davano ragione a Garaventa.


Nicolò Garaventa nacque nel 1848 e morì nel 1917. Prima di fondare la nave scuola era professore di matematica al Liceo D’Oria di Genova.
I garavantini non scappavano dalla nave scuola e non tornavano a delinquere. Nel 1906 però gli intentarono un processo, qualificando Nicolò Garaventa come “mattoide, ciarlatano e imbroglione”, ma ne uscì vincente. Nel 1917, a Masone, in provincia di Genova, durante un breve periodo di riposo, Garaventa morì. Aveva 69 anni. La nave scuola proseguì la sua opera, anche durante il fascismo e fu retta dal figlio di Nicolò, il comandante Domingo Garaventa.

Il bombardamento navale che colpì Genova il 9 febbraio del 1941, tra i tanti edifici della città, colpì e affondò anche la nave scuola che era ormeggiata in porto. Alla fine della guerra, nell’aprile del 1945, si costituì un comitato promotore composto dai discendenti di Garaventa, con l’obiettivo di ricominciare l’attività. Era Carlo Peirano, successore di Domingo Garaventa che era morto nel 1943, che sollecitò il comitato promotore e tanto si prodigò per riprendere l’attività con una nuova nave. Così fu.
Cambiano i metodi d’insegnamento
Ma la sensazione che ho avuto dai racconti della mia famiglia, è che i metodi educativi della Garaventa del dopoguerra erano molto diversi da quelli adottati all’inizio dal suo fondatore. Nicolò Garaventa non usava punizioni corporali, cosa inusuale alla fine dell’Ottocento, mentre le vessazioni fioccavano nel dopoguerra. Punizioni e umiliazioni. Come quella che si perpetrava tutte le mattine, perché l’ultimo garaventino che si presentava in coperta alla sveglia, veniva letteralmente rapato a zero. Il taglio dei capelli era un provvedimento che non piaceva nemmeno a bordo.

La protesta di Don Gallo
Uno di quelli che protestò con il comandante Peirano per questa pratica fu Don Gallo, il famoso prete di strada di Genova che qualche anno più tardi fondò la Comunità di San Benedetto al Porto. Don Gallo, all’inizio della carriera, fu parroco di bordo sulla Garaventa, ma se ne andò in disaccordo con i metodi punitivi che erano ormai diventati abitudine. E non era il solo Don Gallo, anche molti garaventini scappavano appena potevano. Forse fu proprio in quegli anni che nacque il detto “fai il bravo, altrimenti ti mando sulla Garaventa”. Da nave scuola con una pedagogia all’avanguardia, si era trasformata in un luogo di punizione, coercizione e di abusi.
La Garaventa è una nave che non ha mai mollato gli ormeggi perché nei suoi quasi cento anni di storia è sempre rimasta attraccata in porto. E forse questo paradosso ben riassume la sua storia. So che mio nonno, nipote di Nicolò Garaventa, andava orgoglioso dell’opera del suo avo, ma non era affatto fiero della nomea che la nave scuola aveva acquisito nel tempo. Mia madre mi raccontò che in punto di morte, nel 1975, le ultime parole che le disse furono: “se al funerale mi porti i garaventini, esco dalla bara e ti prendo a calci!”.
(Nave scuola Redenzione – Fai il bravo o ti mando sulla Garaventa! – Febbraio 2025)


