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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Albertoni: «Non c’è business senza cura. E cultura»

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A tu per tu con Anton Francesco Albertoni. 

(di Olimpia De Casa)
Una bella e lunga chiacchierata con Anton Francesco Albertoni, Past President di Confindustria Nautica, all’epoca Ucina, e patron di Veleria San Giorgio, l’azienda di Casarza Ligure che, a dispetto del nome, è specializzata nella produzione di giubbotti di salvataggio. La scaletta degli argomenti da approfondire è articolata, ma come spesso avviene quando si incontra un grande protagonista e profondo conoscitore della materia (l’industria nautica italiana con tutti i suoi rimandi meriterebbe un elenco infinito di aspetti da esaminare) è più istintivo e appagante prestare ascolto più che seguire il filo del nostro tessuto preimbastito.
La disponibilità al racconto e all’analisi del mercato e degli attori coinvolti è rivelatrice non solo della sua profonda e ultratrentennale esperienza in ambito istituzionale, imprenditoriale e, prima ancora, privato, ma anche della sua infinita e palpabile passione.

IL MOMENTO ATTUALE FOTOGRAFA UNA RIPRESA FORTE
, registrata sia dal mondo dell’accessoristica e dell’after market sia, più direttamente, da quello della cantieristica. Dal 2020 il diffondersi della pandemia ha fatto scoprire e riscoprire il piacere e i vantaggi dell’andare in barca, soprattutto alla luce del particolare periodo storico. In molti hanno iniziato a cercare nuove unità, alcuni le hanno trovate, altri no, ma anche quelle ferme da tempo nei capannoni hanno ripreso vita per la gioia degli esperti di refitting così come degli accessoristi, che classicamente cavalcano a ruota l’onda positiva vissuta dal mercato.

«RISPETTO A TUTTI GLI ALTRI BEI MOMENTI VISSUTI IN PASSATO DAL COMPARTO, QUELLO ATTUALE È BELLO PARTICOLARMENTE. Questa volta è diverso, lo sentiamo tutti noi operatori. Per la prima volta sembra che la nautica sia stata “sdoganata”: oggi la barca viene finalmente vista non come oggetto in sé, ma come strumento per fare qualcosa di piacevole, come trascorrervi le proprie vacanze, il proprio tempo libero, all’aperto, in sicurezza. Per la prima volta gli utenti del diporto, quelli che già lo erano, quelli che sono tornati ad esserlo, quelli che si avvicinano solo oggi alla nautica, percepiscono l’enorme potenzialità di un passatempo sano, capace di mettere al riparo sé stessi e la propria famiglia dai rischi della pandemia che tutti conosciamo».

CON QUESTE PAROLE ALBERTONI SOTTOLINEA IL CAMBIAMENTO DI APPROCCIO SOSTANZIALE che sottende dinamiche sociologiche evidenti: tradizionalmente legata all’andamento economico più generale (anzi, i segnali che arrivavano dal mercato nautico spesso anticipavano l’evolversi, in positivo o in negativo, dell’economia), la ripresa del comparto non dipende più da elementi esterni e paralleli, ma da quella caratteristica intrinseca, giusta e sana, che noi tutti abbiamo sempre cercato di far capire all’utente, a volte riuscendoci a volte meno. Adesso è lui per primo ad essere pienamente consapevole della portata espressa dall’universo barca.
«Se dovessi dare un titolo a questa ripresa sceglierei La scoperta di un settore che per tanti consumatori, per tanti italiani, non esisteva e che invece, adesso, ha preso il largo». È forse la volta che riusciamo a guardare oltre, a superare retaggi e preconcetti?
Intanto, come registra Albertoni, non dobbiamo più spiegare perché, a noi del comparto, è sempre piaciuto da impazzire lavorare in questo mondo. Le classiche domande “Ma è davvero così entusiasmante? Ne sei proprio sicuro?” hanno lasciato il posto a “Lavori nella nautica da diporto? Ah, che bello! Il mare, il contatto con la natura, il rifugio in cui condividere bei momenti coi miei figli, l’essere coinvolti tutti nella conduzione e nella cura della barca…”. Stiamo chiaramente parlando della fascia delle piccole e medie imbarcazioni. Ma anche per quella delle grandi unità, che sta vivendo forse ancor di più un momento di espansione fortissima con l’arrivo di tanti nuovi clienti, alla fine la constatazione è un po’ la stessa: «Saprò vedere magari meno il coinvolgimento con lo strumento, perché più lo yacht è importante più sarà necessario essere coadiuvati da un equipaggio, ma la prerogativa assoluta ed esclusiva della barca di potersi spostare in luoghi sempre diversi, di intraprendere nuove rotte e apprezzare paesaggi e panorami che cambiano in funzione delle mie esigenze di svago, non muta. La matrice è la stessa: la scoperta della parte più bella e sana del nostro mondo».

QUESTA NUOVA E AUTENTICA EUFORIA SI ACCOMPAGNA, PERÒ, ALLA DIFFICOLTÀ, ALTRETTANTO CONDIVISA, INCONTRATA DAGLI OPERATORI NELL’APPROVVIGIONAMENTO DI MATERIE PRIME. Albertoni fa notare che, anche in questo caso, «siamo di fronte a una catena: più la barca è grande più la catena è lunga. Spesso si interrompe perché una parte degli anelli deboli è comune ad altri settori, dall’automotive, quello più nominato e industrializzato, a molti altri. Sta di fatto che produrre in Europa è sempre più complicato. Per la difficoltà di reperire tutte le componenti necessarie alla barca e, non ultimo, per il contributo instabile della manodopera specializzata, una variabile non secondaria dato il perdurare della pandemia. Nel mio piccolo, tutte le mattine, devo aggiornare il bollettino dei presenti e degli assenti, tanti e non prevedibili, che in alcuni giorni comportano anche interruzioni nella catena produttiva».
POI CI SONO LE MATERIE PRIME D’IMPORTAZIONE CHE NON ARRIVANO, i componenti, che hanno tempi di produzione lunghissimi o che vengono promessi ma poi non consegnati. È questa la peggiore delle situazioni perché comporta una revisione continua della pianficazione e, spesso, un sostanziale blocco dell’attività. «Alla fine hai dieci commesse aperte e nemmeno una chiusa e costi che continuano a crescere. Lievitano, in particolare, le spese per metalli, resine, plastiche in generale, elettronica e conduttori». A questo – di non poco conto se si considera il numero straordinario di parti costitutive e tecnologie presenti a bordo – Albertoni aggiunge un aspetto di esclusiva pertinenza del settore, quello della scarsa industrializzazione del processo. «Le nostre aziende sono a tutti gli effetti industrie, ma molto spesso lavorano su commesse o, comunque, su piccoli numeri. La pressoché totale assenza di standardizzazione (è rarissimo il caso di un lotto di dieci barche da costruire tutte uguali) moltiplica l’impossibilità di rispettare tutte le consegne o quantomeno di concretizzare il grosso degli ordini. I nostri numeri sono sempre stati molto piccoli e questo non ci ha permesso, parlando di cantieristica, di lavorare su catene produttive se non in pochissimi casi. Per il componente la storia è un po’ diversa, essendo il produttore abituato a replicare soluzioni, magari in origine studiate per un dato committente e poi riproposte ad altri. Io, per esempio, faccio lotti di 10 mila pezzi tutti uguali, ma sono un anello di quella catena necessaria ad arrivare al prodotto finale, che invece di tutto questo ancora soffre molto. La questione si risolverà col tempo, bisogna che i numeri aumentino, come stanno fortunatamente aumentando, e che gli imprenditori sappiano cogliere questa occasione per investire tanto e bene nel processo».

LE FONDAMENTA PER UNA CRESCITA STRUTTURALE CI SONO E SONO SOLIDE. ADESSO OCCORRE TENERE IN MANO LA PALLA, INVESTIRE NELLE NOSTRE AZIENDE PER COSTRUIRE CIÒ CHE ANCORA OGGI MANCA. «Manca, innanzitutto, l’impegno serio a salvaguardare, valorizzare e sviluppare l’industria dei servizi legati alla nautica e, più in generale, l’industria del turismo. La competitività delle nostre aziende nautiche ne sarebbe una diretta e positiva conseguenza. Sono da sempre fermo e convinto sostenitore che l’Italia sia uno dei luoghi più belli al mondo e come tale vada vissuto e fatto conoscere. Ecco perché la prima industria che vale la pena far crescere e promuovere è quella del turismo: un patrimonio che, se all’altezza delle richieste, con un’offerta qualitativamente giusta e proporzionata al suo valore, nessuno ci potrà mai portare via».
Ci scontriamo, però, con macro aree del mondo in grandissima espansione. Negli ultimi vent’anni i produttori hanno assistito a cambiamenti epocali, scenari e competitor spesso inimmaginabili anche per gli osservatori più avveduti e lungimiranti. «Certo, Paesi quali la Cina, che adesso sta investendo tanto in Africa, hanno dimostrato di potersi trasformare, per politiche industriali, economiche e sociali, nella fabbrica del mondo, ma domani ce ne saranno altre e resteranno sempre e comunque fabbriche di cose. Questa differenza l’Italia non la potrà mai fare. La sua unicità, però, è stata costruita nei millenni. La sua architettura, le sue opere d’arte e le sue splendide coste sono qui a ricordarcelo. Ecco perché, tornando al diporto, c’è ancora tanto da costruire. C’è un punto in particolare di tutta la catena che è ancora enormemente debole ed è il settore del servizio alla barca. Oggi, se non ho mai avuto un’imbarcazione e mi convinco a comprarla perché magari l’ha appena acquistata un mio amico, i rischi che mi spaventi dopo due mesi sono altissimi. Questo perché dovrò affrontare una serie di incombenze, non dico facili o difficili, ma nelle quali mi troverò solo: nessuno mi saprà dire come risolvere un problema tecnico, pochi mi sapranno dire dove tenere la barca, come usarla o come pianificare gli interventi di manutenzione. I punti interrogativi sono tantissimi». E questo è un tema tutto nautico.

SE, COME OSSERVA ALBERTONI, SPOSTIAMO LO SGUARDO SU UN ALTRO INVESTIMENTO, COME AD ESEMPIO QUELLO PER L’AUTO
, gli scenari e i servizi cambiano radicalmente. «Decido di acquistarne una nuova e, indipendentemente dal suo valore intrinseco, dopo tremila chilometri ricevo una telefonata dalla concessionaria che mi avverte che raggiunti i cinquemila dovrò portarla in officina per un controllo; il mercato intorno a me mi offre garage, posto auto, officine di assistenza; la pubblicità in Tv mi suggerisce nuovi modelli, incentivi all’acquisto e alla rottamazione. Insomma mille cose mi dicono e mi spiegano dell’auto, ma anche della casa di villeggiatura, della settimana bianca, della vacanza da pianificare. Tutti mi parlano di tantissime cose che posso fare, ma chi mi parla di nautica? Nessuno: sarò solo».
«Ecco perché parlavo di un parallelismo. Possiamo saper crescere come industrie, e voglio dare per scontato che lo sapremo fare nella maniera sana e giusta; sapremo usare materie prime riciclate, anche perché quelle originali si trovano sempre meno; sapremo impattare il meno possibile sull’ambiente con le nostre produzioni; sapremo sempre fare un prodotto migliore. Avremo però sempre più bisogno di poter investire sulla conoscenza del nostro prodotto e, soprattutto, sulla conoscenza del suo utilizzo. Al ragazzino di terza media spieghiamo come fare per prendere la patente del motorino, ma nessuno gli ha ancora detto come iniziare a governare una deriva. Poi magari crescendo cambierà gusti e, da “consumatore nautico”, preferirà passare al motore. Il mio è stato un percorso inverso. Ho 58 anni e sono nato in una famiglia in cui si è sempre andati in barca. Le mie prime vacanze da bambino erano in barca, ma sempre a motore. Solo due anni fa ho comprato la mia prima barca a vela…».
CONDIZIONAMENTI E GUSTI A PARTE – quelli si sviluppano col tempo e con le miglia – dovremmo forse prendere esempio dai nostri vicini d’Oltralpe, abituati a seguire il percorso di avvicinamento più semplice: una piccola barca a vela e tutto il resto è storia o, meglio, educazione” al mare e al suo godimento.

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