Emergenza Salento
"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Cari «hate influencer», beviamoci su virgola dai

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Questa volta la rubrica Wine Boat sarà anomala (come un’onda, considerato il suo naturale contenitore). Ho riflettuto molto sull’opportunità o meno di scrivere quanto segue, perché probabilmente mi arriveranno insulti a secchiate, oltre a quelli già ricevuti (copiosi e stupefacenti). Tuttavia al mio ego (che è ben poco e chi mi conosce davvero lo sa) ho preferito anteporre il senso per la notizia. Sono pronta a tutto. Quindi eccomi qui a raccontare, per chi avrà la voglia e la pazienza di leggere, uno spaccato di ilare tristezza. Domenica 8 maggio su Verità&Affari, quotidiano economico diretto da Franco Bechis, è uscito un articolo firmato dalla sottoscritta sul trend Wine Influencer (chi sono, cosa fanno, quanto guadagnano…). Faccio una premessa doverosa per non sfalsare il ritmo cardiaco di esperti (o sedicenti tali) in materia enologica: non sono una sommelier, non ho fatto alcun corso Ais, non scrivo per riviste di settore che implicano una narrazione tecnica. Amo il vino. Che, oltretutto, ho iniziato ad apprezzare (vergognosamente) soltanto a 35 anni (ne ho 47). Ho un marito, Alessandro, che lo vende da 30 con cui a tavola mi diverto ad assaggiare (è molto più bravo lui, neanche a dirlo). Ho un fazzoletto di terra in Toscana dove produco una manciata di bottiglie di Sangiovese in purezza. Ho avuto la possibilità, meglio l’onore, di intervistare per Panorama (giornale per cui ho iniziato a scrivere solo nel 1997) professionisti come Monica LarnerJames Suckling, Giuseppe Lauria, Andrea Grignaffini, Michaela Morris, Alessandra Piubello, Antonio Galloni, Mattia Vezzola, Francesca Moretti, Luca D’Attoma, Riccardo Cotarella… potrei citarne molti altri, ma la spocchia non mi appartiene. Ho parlato con decine e decine di produttori, presidenti di Consorzi, enologi, e poi mi sono sempre detta la stessa cosa: «Come posso io raccontare questo mondo di cui poco conosco la grammatica, ma che mi entra dentro, sedimenta, mi appassiona?». Con un linguaggio semplice che mette al centro soprattutto il carattere, la tempra, la visione di chi in vigna idealmente o fisicamente si spezza la schiena. Credo che questo sia sempre stato molto chiaro ai lettori e ammetto di non aver mai ricevuto (almeno fino a sabato 7 maggio) rimostranze da intervistati e/o insulti. Suppongo poi che né il direttore di Panorama, né quello di Verità&Affari facciano beneficienza. La premessa è finita. Lunga, me ne rendo conto, mi scuso. Gli wine influencer si diceva. Chiacchiero con un collega che si occupa di vino soltanto da oltre 20 anni, mi confronto con lui su questi post che curiosamente intercetto sempre più numerosi su Instagram. Si tratta di ragazzi e ragazze che in poche righe, attraverso immagini, raccontano questo o quel vino. Mi incuriosisco, faccio qualche telefonata e propongo il pezzo, che il direttore accoglie di buon grado. Pronti via si parte. Non pesco a caso (come mi è stato detto da qualche leone da tastiera), chiedo a colleghi moooooolto più informati di me chi siano i più richiesti in questo momento. Li intervisto, uno a uno. Sono tutte persone cordiali, molto educate con le idee chiare. Ciascuno ha un’identità precisa. C’è quello più “ecumenico” e quello più estroverso che non trova nulla di scandaloso nell’accostare una buona bottiglia a un generoso décolleté (chi sono io per giudicare? Io riporto un fatto punto). Nessuno di loro nega di ricevere un corrispettivo in denaro per ciò che fa. Contatto anche produttori ed esperti di marketing perché mi possano illuminare sul tema. Faccio (almeno credo) quello che dovrebbe fare normalmente un giornalista prima di scrivere. Bene, apriti cielo: in una manciata di ore pubblicamente e privatamente mi sono arrivati insulti di ogni genere. Mi sono presa della neofita incompetente che cerca “disperatamente le notizie online”, della fascista perché scrive per Maurizio Belpietro (adorabili), di quella che per la verità nemmeno sa scrivere il cognome di un intervistato, specificamente  Grignaffini. Cioè, secondo questa signora io avrei scritto male Grignaffini (Signore butta giù un occhio tu che io non sono degna e mi viene da ridere). Vengo tacciata di essere la paladina (pagata) di una manica di incompetenti che danneggiano con i loro post il mondo del vino. Ora: le critiche sono sempre benvenute, è anche stimolante che un pezzo accenda un dibattito, ma le sentenze a prescindere e la volgarità sono altro. Un altro che non mi appartiene, di cui sono qui a scrivere non perché mi stupisca, ma perché è davvero un brutto segnale che peraltro nulla ha a che vedere con la sacrosanta libertà di esprimere il proprio pensiero. Io ho raccontato un fenomeno. Ho fatto il mio lavoro. Gli wine influencer oggi, anno venti ventidue, sono un anello della grande e complessa catena comunicativa del vino. Possono piacere, non piacere, per carità, ma negarne l’esistenza è anacronistico. Mischiare il fascismo con un Brunello poi… Dare giudizi affrettati su persone di cui nulla si sa e nulla si è letto è sconveniente per Bacco! E triste, molto triste. Non citerò il profilo da cui tutto è partito per educazione (almeno in questo, credetemi, non sono neofita, ringraziando mamma e papà). Il livore nei miei confronti e nei confronti dei ragazzi che ho citato nel pezzo di Verità&Affari dovrebbe far riflettere. Magari davanti a un buon bicchiere di vino. Lascio la scelta dell’etichetta agli eno-leoni da tastiera. Io sono neofita. Come cita un’esperta incattivita e scandalizzata «disperatamente in cerca di notizie online». E pure fascista, dimenticavo la parte migliore. Truscè.

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2 Commenti

  1. Chiara, ho letto il tuo pezzo e l’ho trovato molto interessante, corretto e per niente fazioso. Hai fatto egregiamente il tuo lavoro. Hai raccontato un fenomeno che esiste e sta acquisendo sempre più peso, con la giusta equidistanza. Insomma, da professionista. Continua così, non ti curar di lor ma guarda e passa…

    • Delia carissima, grazie, sei molto gentile. Per la verità tutto immaginavo meno di alzare un polverone simile (ahimé, ancora in essere). Come sempre poi non sono le critiche in quanto tali, bensì l’acrimonia con cui vengono formulate. Un caro saluto

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