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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Tankoa: Scorpione, Cancro, Toro, ma soprattutto Orsi

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A tu per tu con i fratelli Eva e Guido Orsi, al timone del cantiere di famiglia cresciuto negli anni sino a raggiungere i vertici della miglior qualità costruttiva italiana nella fascia di yacht da 45 a 60 metri
di Olimpia De Casa, foto di Andrea Muscatello e Tankoa Yachts

Il suo elemento è l’acqua. Governato, come l’Ariete, da Marte e Plutone, l’ottavo segno dello Zodiaco è quello che più di tutti ama il rischio. Non cerca il pericolo per dimostrare di essere il più intrepido, si sente semplicemente completo solo in contesti temerari. Accompagnate da un velo di mistero, le persone dello Scorpione hanno un carisma superiore a quello della maggior parte degli altri segni.
Il senso di questo prequel? Perché alla domanda “Cosa significa Tankoa?”, i fratelli Eva e Guido Orsi, Presidente e Direttore Marketing & Comunicazione di Tankoa Yachts, hanno spiegato: «Abbiamo voluto “internazionalizzare” il termine del dialetto genovese tancua, che significa scorpione. Lo abbiamo fatto in onore del socio, nonché grande amico, di nostro padre, che era appunto del segno dello Scorpione». Quella di Tankoa Yachts è infatti la storia di un cantiere di famiglia, nato e cresciuto grazie alla lungimiranza, al coraggio e alla serietà di Guido Orsi, ex azionista di Baglietto e padre di Guido, Camilla, Eva e Donna. L’anno di fondazione è il 2008, ma il background nel mondo della nautica e delle grandi costruzioni da diporto è quindi più datato e strutturato.

«Da sempre amante del mare e delle barche a motore, nostro padre era amico dell’ex proprietario dei Cantieri Navali Baglietto. Tramite lui, nel 1996, ebbe l’opportunità di rilevare quella storica realtà e portarla avanti sino al 2004», racconta Guido, per la cronaca del Cancro, altro segno d’acqua. «Entrambi avevano sempre avuto in mente di creare un cantiere nuovo e il trend del mercato di quegli anni iniziava a intercettare la richiesta di imbarcazioni sempre più lunghe. I cantieri esistenti, taluni con anni di storia alle spalle, erano nella maggior parte dei casi piuttosto obsoleti, con capannoni non adeguati a soddisfare quel tipo di commesse. Una volta venduta Baglietto, ha quindi iniziato a prendere forma l’idea di dare vita a una nuova e moderna realtà produttiva, provvista dei tecnici, delle maestranze specializzate, delle tecnologie all’avanguardia e degli spazi necessari ad esaudire le richieste di un mercato in evoluzione verso l’alto. Furono necessari circa quattro anni per trovare la sede in cui ci troviamo oggi. La volontà era infatti quella di rimanere nel Nord Italia sia perché la nostra famiglia è di Milano, sia perché la più grande tradizione costruttiva si concentra storicamente tra Liguria e Toscana. L’intendimento era proseguire nel solco della qualità e serietà che avevano contraddistinto il lavoro fatto in precedenza e di seguire direttamente la creazione e la crescita del cantiere, nato ufficialmente nel 2008». Un anno non propriamente facile per la nautica…
«Siamo partiti costruendo due barche da 65 metri. Poi, vuoi per il periodo infausto che tutti noi ci ricordiamo, vuoi per la perdita del socio nonché grande amico di nostro padre, tra l’altro armatore di una di quelle due barche, abbiamo preferito tenere per un pò i remi in barca. Siamo andati avanti procedendo a piccoli passi, senza mai fare quello più lungo della gamba, mantenendo dritta la barra della serietà. Abbiamo lasciato passare la turbolenza dei mercati e una volta superata la crisi ricominciato a costruire. L’obiettivo era puntare a poche unità per poter seguire tutte le fasi in prima persona e all’insegna della massima qualità progettuale e realizzativa». Da cui, immagino, la spiegazione del claim “cantiere boutique”.
«La definizione», interviene Eva, che invece è del Toro, giusto per chiudere il cerchio e meglio comprendere la tempra di cui è fatta, «vuole immediatamente richiamare l’alta sartorialità del made in Italy. Teniamo a ribadire che siamo un cantiere italiano che punta a distinguersi per qualità di prodotto e rapporto diretto con il cliente. Nella nostra fascia, quella che va essenzialmente dai 45 ai 60 metri, l’Italia è percepita a ragione come il “sacred set”, dopo il Nord Europa, della cantieristica da diporto. Lo attestano il numero di commesse, la storia e la tradizione costruttiva dei più importanti protagonisti del nostro paese. Il legame con l’armatore ha sempre contraddistinto il nostro approccio e la nostra attitudine all’ascolto, che abbraccia ogni momento del processo: dalle trattative iniziali alla firma del contratto, dalla progettazione alle fasi di costruzione e allestimento, sino alla consegna finale. Per ogni commessa condividiamo insieme al cliente, alla sua famiglia, ai suoi amici ogni singola scelta, portando poi con noi il ricordo di tutta l’esperienza vissuta insieme. Una cifra connaturata, fatta di incontri, apporti reciproci, confronti e dialoghi, che abbiamo ereditato da nostro padre e che deriva anche dalla possibilità e capacità di realizzare non solo i nostri progetti e gli esemplari delle serie da 45, 50 e 55 metri, ma anche yacht unici in assoluto, potendo creare da zero unità in tutto e per tutto su misura di cliente». Sino a quale ordine di grandezza? «Siamo attrezzati per costruire unità sino a 80/90 metri di lunghezza. È evidente che per queste misure i tempi si allungano sensibilmente, arrivando a richiedere sino a cinque anni di lavoro. Il nostro target di riferimento rimane per ora la fascia che va dai 45 ai 60 metri, quella maggiormente richiesta in questo momento, ma l’ambizione è avvicinarci sempre più ai costruttori nord europei, mantenendo ovviamente l’alta qualità che contraddistingue la nostra produzione».

Su quante costruzioni siete al momento impegnati?
«In questo momento sono nove, di cui una in consegna a breve», risponde Guido. È la prima unità del T450 varata a febbraio? «Esattamente, sto parlando di Go, apripista della nuova serie di 45 metri di Giorgio Cassetta, che ha curato sia il design esterno sia quello interno». Bissando il livello di raffinatezza visto a bordo di Grey? «Gli ambienti interni di Grey (primo Evolution della serie S501 varato lo scorso anno, ndr) sono ovviamente unici. Con Go, è stato molto bravo a creare spazi di tutto rispetto e a includere, di fatto, tutto quello che si trova sul 50 metri». L’ultimo nato sarà quindi il diretto “concorrente” della fortunata serie S501?
«Rappresenta una piattaforma incredibilmente flessibile su cui possiamo creare yacht semi custom, offrendo grandi volumi senza compromettere le linee eleganti e slanciate. Ha un prezzo minore rispetto al 50, una stazza più contenuta, ma tutto il comfort, l’innovazione e l’eleganza tipici dei fratelli maggiori». A proposito di taglie più grandi, con il progetto di 70 metri Milano il parterre di designer italiani con cui collaborate si è arricchito di un nuova, prestigiosa, firma. A cosa si deve il nome Milano? «È un tributo alla città natale di Nauta Design, oltre che simbolo di sensibilità estetica e di luogo in cui le idee creative si trasformano in realtà concrete», rimarca Eva, forte di una formazione in Economia dell’Arte, Cultura e Comunicazione alla Bocconi e un master di specializzazione nella promozione del made in Italy all’Università IULM. «Il progetto, presentato a Dubai, suggella l’amicizia, il rispetto e la stima che ci legano a Mario Pedol e che legano lui a nostro padre e all’ingegner Vincenzo Poerio, altro nostro riferimento importante in azienda, insieme ad Edoardo Ratto, Giuseppe Mazza ed Euro Contenti».

Cosa significa per voi essere al timone del cantiere di famiglia? Entrambi rispondono che è un grande orgoglio, oltre che motivo di gratitudine nei confronti del padre, che ha avuto oltretutto il merito e l’intelligenza di lasciare loro la piena libertà di seguire e inseguire gli intimi desideri personali. «Per me» – aggiunge Eva – «venire in cantiere è come entrare in un porto sicuro, mi consente di stare con le persone cresciute con mio padre e la nostra famiglia, di confrontarmi con loro, di sentirmi personalmente appagata e soddisfatta, di realizzarmi professionalmente, pur dividendomi con il ruolo di mamma di tre bambine di 11, 9 e 7 anni». «Per me, che invece non ho ancora figli, è una bella e grande opportunità di crescita», risponde Guido. «Ciò che più mi gratifica è lavorare in un cantiere riconosciuto e apprezzato per la sua serietà: nei confronti del cliente, ma anche delle persone che lavorano con noi e, non ultimo, nei confronti dei fornitori. L’intenzione è crescere. Oggi abbiamo 101 dipendenti, solo un paio d’anni fa erano 25. Stiamo investendo in nuovi spazi, come quello recentemente acquisito a Civitavecchia (ex Privilege Yard, ndr), un’area di circa 50.000 metri quadrati dove porteremo in house tutta la carpenteria, cui si aggiunge il polo logistico dedicato alle lavorazioni speciali di cui disponiamo nell’entroterra genovese. Prosegue nel frattempo il dialogo con Comune e Regione nell’ottica di trovare nuovi capannoni qui a Genova, città in cui avremmo intenzione di restare. Il mio desiderio è arrivare a vedere il consolidamento dell’azienda. Un obiettivo che ragionevolmente richiederà qualche anno, penso al 2028, forse 2029. Nel frattempo continuiamo a lavorare con l’intenzione di consegnare dalle tre alle quattro unità all’anno. Intanto nel corso del 2024 metteremo in acqua un 45, un 50 e un 58 metri full custom». Il numero perfetto per un boutique shipyard intenzionato a crescere, ma senza mai fare il passo più lungo della gamba.

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