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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Remedi: «Benetti è la mia casa»

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Bargecchia, frazione di Massarosa, Lucca. Praticamente un ago in quel pagliaio chiamato mondo. Eppure, la sua dimensione non tragga in inganno, perché questo pugno di case per un pugno di gente custodisce un unicum: il suono delle sue campane si ode nella Tosca. Giacomo Puccini, infatti, che era solito andare a caccia nella macchia lucchese, letteralmente rapito dal “perfetto doppio” del campanile, lo volle nella sua straordinaria opera lirica.

A ricordare questo aneddoto è Maria Rosa Remedi, style manager di Benetti, che a Bargecchia è nata. Osservandola e ascoltandola viene da pensare che questa scheggia di terra Toscana sia in realtà una fucina di sorprese e talenti. Remedi, così minuta, delicata e composta, ha verve, entusiasmo e carisma invidiabili. Tangibili in una narrazione sempre vivace, appassionata, durante la quale pesa ogni parola, perfino le pause, non per restituire all’interlocutore un’immagine inappuntabile di sé, quanto per una sincera forma di rispetto e riconoscenza nei confronti del gruppo per cui lavora da quasi 24 anni.

Remedi, ricorda il suo primo giorno in Benetti?
«Certo. Era il 2 Novembre del 2000. Mi fecero accomodare intorno a un tavolo e mi presentarono ai membri dell’ufficio tecnico. Poi mi portarono a vedere una barca. Un Benetti Classic, BC 08 per la precisione, si chiamava Nanou».
Complimenti, che memoria!
«Sono maledettamente Scorpione. Ricordo tutto, proprio come il mio papà. E aggiungo: “Perdono ma non dimentico”».
La tentazione di approfondire questa stoccata è forte, ma mi taccio. Le chiedo però che cosa ha provato quel 2 novembre.
«L’incredibile sensazione di sentirmi a casa. Era come se io fossi sempre stata lì. Ero completamente a mio agio».
In effetti quasi cinque lustri consecutivi nella stessa azienda sono sintomatici di “qualcosa” che deve averla davvero folgorata…
«È ragionevole immaginare che io abbia avuto altre offerte di lavoro, moltissime per la verità, ma il mio posto è indiscutibilmente qui. Benetti mi ha dato enormi opportunità. In tutti questi anni ho incontrato persone di altissimo profilo, ho girato mezzo mondo. Ovunque io sia andata, qualunque mano abbia stretto, sono sempre stata accolta con grande rispetto. Benetti è un nome conosciuto e riconosciuto, è la storia della nautica. Poterlo rappresentare è un grande privilegio e un onore».
Lei è style manager. Esattamente di che cosa si occupa?
«Sono a capo di un ufficio che ha due anime distinte. Da una parte c’è l’ufficio stile in cui operano persone più creative preposte a disegnare gli interni di imbarcazioni destinate ad armatori che non richiedono l’intervento di un architetto in particolare. Dall’altra, invece, c’è l’architettura di commessa, al quale come spiega la parola stessa, arrivano render, disegni, specifiche sul décor da parte di designer di interni ed esterni. Il mio compito, in questo caso, è quello di creare tutte le condizioni ottimali per lavorare in perfetta sinergia, dall’approvvigionamento dei materiali, all’analisi dei budget da rispettare, alla fattibilità o meno di quanto proposto».
A tal proposito, le capita di “bocciare” qualcuno o qualcosa?
«Con il Comitato Prodotto facciamo una puntuale e attenta selezione a monte. Cerchiamo di lavorare con professionisti che abbiano competenza nel settore nautico e che soprattutto siano consapevoli del grande valore di questo gruppo. Il margine di errore per noi è prossimo allo zero, quindi siamo sempre molto accorti. In ogni caso, se si deve dire qualche no, si dice tranquillamente. Lo stile Benetti va sempre preservato».
Lo stile, giustappunto. Come definisce quello di Benetti?
«Ah, domanda difficilissima. Benetti è talmente intrinseco di contenuti… Veniamo da una grande tradizione. I designer che hanno reso famoso il nostro marchio in tutto il mondo ci hanno lasciato un testimone importante da difendere e portare avanti con forza e coraggio. Lo stile unico che essi hanno trattato ancora oggi è la base di quello che proponiamo ai nostri clienti. Abbiamo lavorato con nomi eccellenti che proprio attraverso i nostri tantissimi yacht hanno dato stile alla nautica nel mondo. Siamo stati i più imitati, i più chiacchierati, i più contestati, ma sta di fatto che quando si parla di stile, si parla di Benetti. Siamo bravi a trarre ispirazione dal passato senza cadere nell’imitazione. Prendiamo spunto da esso per capire che cosa è cambiato e che cosa piace oggi, come essere ancora unici e come rimanere unici. François Zuretti, Terence Disdale, Jon Bannenberg, soltanto per citarne alcuni, che hanno dato l’imprinting di quello che oggi siamo, ci hanno insegnato che avere stile vuol dire essere indipendenti, avere coraggio e fare ciò che gli altri non fanno e farlo per primi. Non seguiamo le mode, piuttosto facciamo moda. Un dato oggetto ha stile quando è destinato a durare nel tempo, quando porta con sé tutto il bagaglio culturale che nel tempo lo ha prodotto e ha saputo mantenerlo. Un dato oggetto ha stile quando porta in sé tutti i valori che il suo produttore ha applicato ogni giorno nel realizzarlo. Il cuore, la passione, l’appartenenza non fanno moda, fanno stile. E chi ha stile è riconosciuto per tutto questo».
Il suo amore e la sua dedizione per Benetti sono encomiabili. Se parliamo di persone invece? Che cosa ha rappresentato per lei Paolo Vitelli?
«Il dottor Vitelli… un grandissimo imprenditore. A quest’uomo devo molto. Mi ha sempre dimostrato la sua stima e questo per un dipendente è un booster, è qualcosa che dà la carica, che spinge a fare sempre meglio. Tanto tempo fa con François Zuretti ho disegnato una barca per lui. In quell’occasione mi scrisse una lettera. Diceva così: “Se i miei clienti vengono trattati come sono stato trattato io, allora sono un imprenditore fortunato”. Pensieri come questo hanno un valore che non si può quantificare».
E se nomino Giovanna Vitelli, l’attuale presidente?
«Giovanna è il futuro. Insieme siamo andate e andiamo alla ricerca di nuovi designer, di nuovi materiali, nuove sfide. Tutto ciò è molto stimolante».
Suppongo che dopo quasi 24 anni sia difficile identificare una barca che più di altre le è rimasta nel cuore, però proviamoci…
«Ce l’ho. Mylo, abbreviazione di My Love. No so se si chiami ancora così, perché parliamo di un’imbarcazione di molti anni fa. I committenti erano una coppia di armatori molto giovani. Mi avevano espressamente chiesto una barca che assomigliasse a una clinica. Lì per lì rimasi sorpresa. In realtà la signora voleva dire che lo yacht doveva essere tutto bianco. Lo feci esattamente così. A guardare le immagini di Mylo oggi, appare modernissima. È incredibile».

 

Altre emozioni?
«A ogni varo. Nonostante sia ormai a quota 110, ancora mi commuovo».
Ho letto che pratica yoga da oltre una decina d’anni. È vero, come molti sostengono, che aiuti a decomprimere stress, pensieri, arrabbiature…?
«Aiuta aiuta, eccome. Anche se sul piano professionale a sedare eventuali momenti di criticità, è solo passione».
Sta dicendo che non si arrabbia mai?
«Ovvio, mi arrabbio anche io…»
E che cosa fa?
«Mi rinchiudo dentro Palazzo Strozzi a Firenze per una nuova mostra d’arte. L’arte rimette sempre le cose a posto. Dà ordine ai pensieri».
Quindi la bellezza salverà il mondo?
«Io ci credo e me lo auguro!».

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