Emergenza Salento
"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Marco Cecchi, distante dal mare placido

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La profondità di pensiero e valori di un uomo che con garbo e rispetto sa come spingere il tramonto più in là per trovare sempre e comunque l’alba
di Olimpia De Casa

Trascorrere qualche ora con Marco Cecchi scalda il cuore e ingentilisce l’anima. Ascoltare i suoi racconti, intervallati da domande a bruciapelo che per essere esaudite richiedono più di un attimo di pausa riflessiva, corrisponde a prendersi del bel tempo per sé. Ti prepari infatti all’incontro, con la tua scaletta mentale di temi da affrontare, e ti ritrovi immeditamente a dover cestinare l’approccio d’ordinanza al mestiere. I quesiti non sei tu a porli, ma il tuo interlocutore che, con le parole, ma anche negli attimi di silenzio che anticipano e seguono gli aneddoti professionali e privati più illuminanti e profondi, ti conduce nel suo mondo interiore facendoti calare inevitabilmente nel tuo. Che solo a fine giornata comprendi essere stato oggetto di una centrifuga di sensazioni e sentimenti che impone un’intima promessa: “Tornerò da Marco Cecchi per riavviare quel programma alla massima velocità”. Lo ammetto, questo incontro mi è piaciuto. Sarà che il Signor Cecchi ha più o meno l’età di mio padre, cui tra l’altro diversi anni fa fece avere un bel libro, “Il signor Honda”, come coccola alla sua grande passione per le moto; sarà che le persone segnate dagli anni e soprattutto dalla vita hanno sempre avuto un ascendente su di me; sarà anche per la piacevole pausa pranzo a base di pesce e bei racconti in un indirizzo di Viareggio per lui familiare e per me da appuntare, sta di fatto che Marco Cecchi non lascia né indifferenti né completamente appagati. Lo saluterò, sotto una pioggia battente potentissima e probabilmente non casuale, con la sensazione di essermi persa qualche passaggio importante, di non essere stata all’altezza della sua sconfinata apertura di vedute e prospettive, non solo in relazione alla capacità di analisi, ma anche alla predisposizione a leggere oltre la copertina e i titoli di coda. Delle persone, dei ricordi e di tutto ciò di cui ama circondarsi. Di libri, ad esempio. Tanti e di svariati argomenti. La sua stanza privata, al primo piano della splendida palazzina al civico 253 di via Coppino, non può che parlare di chi, qui, trascorre ogni giornata lavorativa e, non di rado, festiva. Il pavimento è di teak ed è trattato, mirabilmente, con i suoi prodotti: «Mi piace avere l’impressione di essere su una barca che naviga in mare aperto». Tra le passioni, oltre a questa, supportata non per nulla da un’attività lavorativa salpata in cantiere e presto approdata nella plancia di governo di Cecchi Gustavo & C., ci sono ad esempio quella per le motociclette, con tutti i richiami alla meccanica e alla ciclistica della sua adolescenza, per la storia della pubblicità (le pagine dedicate ai suoi ritrovati per la cura e la manutenzione delle barche sono da sempre frutto della sua creatività, oltre che oggetto di un’esposizione permanente allestita di fronte allo showroom), per il cinema e per la letteratura.

«Quando firmo, al nome sono solito anteporre la sigla NL, questo deve essere chiaro». Cosa significa? «Non laureato. Non sono mai stato un bravo studente. Alla maturità passai come privatista a settembre. Ero un contestatore per natura, ma soprattutto per partito preso, mi sentivo l’alter ego del professore. Stiamo parlando della fine degli anni Cinquanta, inizio Sessanta, quando a scuola si andava con la cravatta». C’era sicuramente, questo valeva persino ai miei tempi, penso a bassa voce, un maggior rispetto per i ruoli e le istituzioni tutte. Tra queste, nella lettura del “NL Marco Cecchi”, si può a ragione annoverare quella della conoscenza mossa da curiosità, interesse e un amore innato per le sfide. Intime, s’intende. A proposito dei dieci comandamenti de “Il signor Honda” di cui sopra, ne cita uno in particolare: «La soddisfazione del cliente è per noi della massima importanza, deve ricevere più di quello che si aspetta». È la filosofia che da sempre accompagna non solo l’operato in senso professionale, ma anche l’opera quotidiana de “Il signor Cecchi”. Che da Limite sull’Arno è arrivato a Viareggio nel 1947, dopo una parentesi di un anno all’isola d’Elba. «Dal 1972, anno in cui ho avviato la mia attività, è cambiato tutto». Mi mostra una raccolta di scatti in bianco e nero e a colori e si sofferma su un cippo recante giorno, mese, anno e un intervallo spaziale preciso: “Cento braccia distante dal mare placido – 6 agosto 1751”. Commemora le opere idrauliche, tutt’ora parzialmente presenti, del progetto felicemente visionario di Bernardino Zendrini, il matematico della Serenissima grazie al quale la città potè crescere e prosperare. “La terra fiorì, la malaria fu soffiata via. Viareggio cominciò a popolarsi”. Lo racconta con parole agili, chiare, coinvolgenti Mario Tobino ne “Sulla spiaggia e di là dal molo”. E poi? «E poi, nel 1972, dopo 221 anni, l’uomo “moderno”, scordando la storia, prolungò a destra la difesa foranea fino a tappare completamente l’imboccatura. Così il canale Burlamacca, che nel suo scorrere trasportava anche residui silicei, insabbiò la sicurezza del transito navale. Oggi i portolani, in caso di tempo avverso, sconsigliano, ahimè, l’approdo. E pensare che Viareggio, da decenni, primeggia nel mondo come capitale della nautica da diporto… Qui, quando il libeccio batte forte, fa volare la sabbia del litorale. E la barca deve affrontare non solo il mare placido come l’olio, ma essere pronta anche a quello più burrascoso».

Scesa la scala, prima di salutarlo, non posso non voltarmi a rileggere il brano che accoglie gli ospiti: “…Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi”. La firma in calce è di Luigi Einaudi.
Segue una postfazione, questa senza alcuna sigla. A ben pensarci, non sempre sono necessarie: “Ancora più in alto, insieme ce la faremo anche a spingere il tramonto più in là per trovare l’alba, nel ricordo dei tanti cui questo privilegio non è stato concesso”.
Poi, proprio perchè i gesti, le parole e i silenzi hanno valore, custodirò tutto il resto per me e di questo dovrò dire grazie a Marco Cecchi.

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