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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Marco Casamonti, Capitano, mio capitano

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Professore Ordinario della cattedra di Progettazione Architettonica e Urbana dell’Università degli Studi di Genova, Marco Casamonti è socio fondatore di Archea Associati, il pluridecorato studio di architettura attivo in tutto il mondo in più ambiti progettuali, incluso disegnare il nuovo volto di Next Yacht Group

Oltrepassare la soglia dello studio di architettura Archea Associati di Firenze significa tuffarsi letteralmente in un mare di bellezze. Quelle degli scorci dei palazzi che incorniciano quel tratto di Lungarno e che le vetrate dello stabile consentono di apprezzare da molte delle sale e degli uffici che su quel lato si affacciano, quelle delle opere d’arte contemporanea che arredano gli spazi, quelle che emergono dalle riproduzioni in tre dimensioni di alcuni dei progetti di architettura realizzati dallo studio ed esposte in teche di cristallo strategicamente illuminate. Ovunque si osservi, è uno stimolo continuo a registrare, con gli occhi e la memoria, tutto il bello che c’è. Una culla di autentiche rappresentazioni di armonia che assumono forza e rilevanza crescente non solo in relazione alla loro collocazione mirata, ma anche, e soprattutto, al loro vibrare in accordo alle note sprigionate dall’intima sensibilità dell’osservatore. Che si muove in quegli spazi, sto parlando per me, cercando di ricordare l’autore di ognuna di quelle opere, il tema e il pensiero sottesi, per costruire via via l’identità di quel contesto. Un laboratorio di professionalità, creatività e apertura di visuali e visioni che rimanda immediatamente alla trasversalità delle realizzazioni che qui prendono forma. Gli interessi e le attività di Archea Associati muovono, infatti, dal paesaggio alla città, dall’edificio al design con progetti che, pur essendo incentrati sull’architettura, spaziano dalla grafica all’editoria – con la direzione e redazione della rivista internazionale Area -, dalle mostre alla ricerca applicata.

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Il progetto della Cantina Antinori, a San Casciano Val di Pesa, si è aggiudicato il primo posto nella World’s Best Vineyards 2022.

Lo studio, nel quale collaborano oltre duecento architetti operativi nelle sedi di Firenze (quella in cui è nato nel 1988), Roma, Milano, Genova e Parigi, è stato fondato da Laura Andreini, Marco Casamonti e Giovanni Polazzi, ai quali nel 2001 si è unita Silvia Fabi, coordinatrice delle attività di progettazione. Grazie anche alla collaborazione con le società partner di Tirana, Pechino, Dubai e San Paolo, Archea Associati ha realizzato opere di architettura, design, interior design e graphic design in tutto il mondo. Il quadro che emerge suggerisce un’apertura verso orizzonti tangibili, che denota la capacità e la propensione a diversificare esperienze e impegni. Quanto questo particolare approccio è di aiuto per arrivare al progetto “giusto”, corretto, compiuto? L’architetto Marco Casamonti, che è anche Professore Ordinario della cattedra di Progettazione Architettonica e Urbana della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova, non ha dubbi. «Aiuta tantissimo», spiega con l’oratoria tipica di chi è abituato ad argomentare e trasmettere contenuti e concetti. «La visione dell’architetto, del progettista, del designer, dell’artista in generale deve essere trasversale. Gli specialismi verticali nuocciono al progetto, che per sua natura richiede un’analisi complessiva di una serie molto ampia di problemi da risolvere. Quando hai una visione ristretta riesci magari a lavorare benissimo in un campo, in un settore specifico, ma non accogli gli altri ed è, invece, il bilanciamento di tutti i fattori in gioco a costituire la bellezza. Un esempio classico: puoi scegliere il naso più bello, la bocca più bella, gli occhi più belli, ma non è detto che mettendoli insieme emerga il viso più bello. È la valutazione dell’armonia tra le parti che concorre a disegnare il volto più bello. In un progetto, qualsiasi esso sia, il faro che illumina la rotta deve essere sempre quello dell’equilibrio tra le molteplicità di esigenze».

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Tra le opere più recenti, il Kiss Bridge, un ponte pedonale situato sull’isola di Phú Quốc in Vietnam. Credit by Sun Group.

Personali conoscenze e sensibilità a parte, quando è che un progetto di architettura può, quindi, essere definito a ragione un “bel” progetto?
«Il concetto di bellezza cambia nel tempo. Se pensiamo a quella maschile e femminile e osserviamo i quadri del Rinascimento troviamo canoni estetici riferiti alla fisionomia umana completamente diversi da quelli di oggi. Il che significa che il concetto di bellezza non è fisso nel tempo. Rimangono, tuttavia, alcune regole. Prima fra tutte la coerenza: quando le parti sono in armonia tra loro, quando gli elementi che hai di fronte sono in grado di comunicare, siamo davanti a un bel quadro. C’è un bellissimo saggio scritto da Paul Valéry, in cui un architetto invitato a rispondere alla sua stessa domanda afferma che l’opera è “bella” quando guardandola non solo ti parla, ma ti fa sentire addirittura la musica. Risponderei quindi che un’architettura o un qualsiasi oggetto di design possono essere definiti “belli” quando riescono a comunicarti valori che puoi apprezzare». A proposito di corrispondenze, cosa significa riflettere sul rapporto tra acqua e architettura? «Pensare immediatamente al raddoppio dell’immagine. Qualsiasi oggetto, che sia una barca o un edificio, che si riflette sull’acqua, viene visto due volte: nella sua versione reale e nella sua versione virtuale, con la seconda che è capovolta per effetto dello specchio in cui si riflette. Questa immagine del mondo è affascinante proprio perché virtuale, onirica, sognata. Tra architettura e acqua esiste, quindi, un rapporto intenso, profondo. Non a caso, le città più belle sono proprio quelle che si riflettono sui fiumi, sui laghi o sul mare. Penso alle immagini restituite dagli edifici affacciati sul Tamigi, sulla Senna, sull’Arno, sul Tevere o sul Canal Grande. Tutte quelle architetture sono straordinarie anche perché le vediamo due volte».

Rappresenta, invece, una prima assoluta il suo impegno professionale in ambito yachting. Come è avvenuto l’incontro con Next Yacht Group? «È stato molto interessante perché stavo lavorando per il proprietario degli storici marchi Maiora e AB Yachts su alcuni progetti di architettura pensati per offrire una nuova interpretazione del lifestyle. È una persona visionaria, che ama la bellezza e che ha investito e investe nei settori immobiliare, della luxury hospitality, dell’hôtellerie e dei ristoranti stellati. Desiderava rinnovare il cantiere e fare qualcosa che in pochi hanno fatto nella nautica. Solitamente, infatti, gli architetti coinvolti dagli ingegneri e dai professionisti dell’architettura navale sono chiamati a dare il loro contribuito creativo per la parte relativa all’interior design. La sfida che, invece, a me è piaciuta molto è stata quella di avere la possibilità di costruire quell’armonia, quella visione totale tra interno ed esterno dell’imbarcazione che fa sì che il progetto diventi unitario. In fondo, la vita in barca è un tutt’uno tra dentro e fuori. Non sarebbe organico pensare agli interni senza contemplare gli esterni e viceversa». Questa visione si è già tradotta in progetti concreti? «Nell’AB 110, primo modello di una nuova gamma interamente disegnata da noi. Qui l’obiettivo era non perdere niente dell’identità e del design degli AB costruiti sino ad oggi, introducendo l’innovazione necessaria a far capire, però, che siamo di fronte a un nuovo progetto in cui la ricerca ingegneristica si unisce all’arte e alla natura, al piacere delle prestazioni e della libertà, al benessere e al comfort». Quale armonia osserveremo? «Quella di un progetto pensato nella sua visione globale dove ogni aspetto, tecnico, tecnologico, artistico, funzionale ed estetico, concorrerà ad esaltare il piacere delle emozioni forti e insieme della bellezza, del comfort e della sicurezza. Un’imbarcazione spiccatamente sportiva, sempre con idrogetti, che non sacrifica tutto sull’altare della velocità perché la unisce all’estremo benessere, in termini di vivibilità, comodità, silenziosità e assenza di vibrazioni, richiesto e atteso da chi sceglie questo tipo di imbarcazione».

Quali dettagli, in particolare, evidenzieranno l’era nuova di AB Yachts? «Il parabrezza, che sarà inclinato in avanti, e non più indietro, per fare in modo che il sole, perpendicolare nelle ore centrali, non colpisca la superficie vetrata scura e non concorra, quindi, alla produzione interna di calore. La sostenibilità e l’efficienza offerte dall’inclinazione inversa, ma anche dalla ricerca dei vetri più performanti, si uniscono a un fly conseguentemente più lungo e, quindi, vivibile. Sarà raggiungibile con due scale, e non più con una come nelle precedenti unità, e rappresenterà un’enorme belvedere en plein air sul mare». Sul fronte contenimento dei pesi, come vi siete mossi? «Facendo largo uso di carbonio, sia negli esterni sia negli interni. Quando si cercano le massime prestazioni, è necessario alleggerire. Tra noi, scherzando, diciamo che una tonnellata vale un nodo. Non bisogna però mai rinunciare al comfort e scegliere quindi i materiali più performanti, quali appunto il carbonio, non a caso ampiamente utilizzato anche in Formula Uno, che ha la caratteristica intrinseca di unire una grandissima resistenza e solidità strutturale alla leggerezza».

Lei è appassionato di barche? «Ho sempre fatto le vacanze in barca, sin da piccolo. Penso che la vera vacanza sia in barca, l’unica dimensione che ti consente davvero di salpare, di staccare dal mondo terreno per entrare in quello fluido». Dal suo punto di vista, cosa ritiene manchi, a livello di idee e creatività, a questo settore? «La capacità di osare. Per la verità alcuni cantieri lo hanno fatto, ma nella maggioranza dei casi si ha paura dell’innovazione, della ricerca. Il mondo della nautica fa piccoli spostamenti e sempre abbastanza lenti rispetto a quello che, invece, si potrebbe fare oggi. Ritengo sia importante rispettare la tradizione nautica, che fa parte del dna di un costruttore, ma lo sia altrettanto lavorare moltissimo sull’innovazione e questa idea di combinare la tradizione con l’innovazione è un’idea tutta rinascimentale. Si pensi ai grandi architetti del Rinascimento, che guardavano alla cultura classica, ma costruivano in maniera assolutamente nuova, “alla moderna” come si diceva ai tempi. Ecco, questo approccio tutto rinascimentale è al centro del mio lavoro. Sarà che sono nato a Firenze…». L’accenno implicito a una sensibilità ritrovata, mi spinge a chiederle cosa sia per lei il lusso. «È un concetto che sta molto cambiando negli ultimi anni. Un tempo pensavamo che lusso fosse sinonimo di opulenza, di “ho più di quello che mi serve”. Oggi è diventato “ho quello che mi serve realizzato in maniera assolutamente attenta alla mia qualità della vita”. Pensiamo ad esempio al cibo. Oggi è un lusso mangiare un piatto di pomodori coltivati in maniera naturale, a pochi chilometri da casa, senza l’uso di pesticidi. Un tempo si pensava che il lusso fosse solo mangiare aragosta. Cambiando contesto, lusso non è potersi permettere marmi o materiali pregiati e rari, ma avere il privilegio di poter vivere in un mondo sostenibile e in equilibrio. Anche nello yachting, il concetto è mutato: da ricerca dell’opulenza mostrata, esibita, al desiderio di godere intimamente della propria barca. Da proiezione verso l’esterno a visione intimistica, basata sulla qualità della vita e non più sulla dimostrazione di quello che puoi fare nella vita. È una direzione che a me piace molto e che nelle società più evolute culturalmente si palesa in ogni momento. Lusso diventa, così, non inquinare, non fare rumore e nemmeno clamore, poter andare anche veloce, in auto come in barca, ma nel comfort e nella discrezione».

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Il centro sportivo Viola Park a Bagno a Ripoli. Credit by Pietro Savorelli e Associati.

L’architetto mi deve salutare, è atteso per una videocall. Lascio la sala riunioni non prima di aver (ri)osservato i due quadri contrapposti, che non solo mi parlano, ma mi fanno sentire addirittura la musica. Ripercorro a ritroso quel lungo tragitto fatto all’andata e riaccendo il registratore della memoria visiva per non lasciarmi alle spalle i pezzi di arredo, le opere, le teche in cristallo, le fotografie, i libri e le luci. Salgo in taxi e nel tragitto mi godo gli scorci, guardo i palazzi che incorniciano il Lungarno e abbasso lo sguardo per vederli una seconda volta. L’immagine virtuale, onirica, sognata, mi porta a pensare ancora una volta che Firenze è davvero una gran bella città.

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