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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Marco Casali, nel Metaverso gli yacht hanno le ali

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(di Olimpia De Casa)
Più lo ascolto, più lo ascolterei. Me lo sono detta, più volte, nel corso dell’ora abbondante di conversazione, un crescendo di interesse interrotto più per senso del pudore (chiedergli altro sarebbe stato davvero troppo) che per completo appagamento personale. Quello professionale impone di darsi dei paletti: per non andare fuori tema, per non mettere troppa carne al fuoco, ma anche per non approfittare oltremisura della disponibilità manifestata dall’interlocutore. A dispetto delle comuni regole sui tempi che farebbero scattare al quarantesimo, massimo quarantacinquesimo, minuto il fisiologico calo della soglia di attenzione, Marco Casali ha saputo tenere alto il mio livello di “partecipazione consapevole” ben oltre. Complice, forse, il favore del ritmo circadiano mattutino, secondo cui le performance migliori si otterrebbero nelle due ore che precedono il mezzoggiorno, la chiacchierata è stata appassionante e gratificante in maniera particolare. Certo, le condivise passioni – barche, mare e sport acquatici – aiutano, ma è stata la portata dei suoi lavori, impegni, visioni e, soprattutto, visuali a incuriosirmi.
C’è stato un momento preciso, al quarantesimo minuto, e quindi ancora all’interno del range di attenzione, in cui le mie sembianze devono aver assunto quelle di una spugna, che doveva assorbire quante più informazioni e notizie utili possibile, per comprendere, e quindi trasferire, concetti a me ancora alieni. «Sono il primo yacht designer al mondo a cui sia stato coniato un NFT». NFT mi diceva qualcosa, ma dovevo ricordarmi cosa. Dovevo aprire in fretta tutti i cassetti della memoria recente, quella che solitamente si perde con l’avanzare dell’età, per non fare la parte dell’impreparata. Sino a quel momento mi aveva parlato di impegni professionali importanti, ma immediatamente comprensibili. La lampadina si accende quando sottolinea “coniato” e aggiunge “web 3.0”, l’indizio della svolta: NFT stava (sta) per Non Fungible Token. Siamo passati in un attimo (se i quaranta minuti di conversazione precedente possono definirsi tali nell’era degli spazi regolati dai cinguettii) dai progetti tradizionali ai blockchain, dalle barche ormeggiate in banchina agli yacht che volano nel Metaverso. Non alieni (come invece continuano a essere per me questi “abitanti”), ma immagini reali messe in vendita e acquistate per 500.000 dollari. «È la cifra a cui è stato venduto uno yacht squadrato, tanto squadrato. In realtà quello che si è visto non è il disegno dello yacht perchè manco coi Lego ti verrebbe così». Un mondo, quello del web 3.0, legato chiaramente alla rivoluzione delle criptovalute. Ma perchè investire così tanto in un’immagine? «Un’immagine sì, ma certificata. Molto più difficile da falsificare rispetto al quadro che arreda la parete, così come molto più costoso sarebbe falsificare un Bitcoin rispetto ad una banconota da cento dollari. Oltre alla garanzia di maggior sicurezza, c’è poi la serie di informazioni contenute all’interno della relativa blockchain di cui diventa proprietario chi l’acquisisce. La Digital Art aiuta a capire: ogni immagine è disponibile in un numero limitato di esemplari – un po’ come un De Chirico realizzato, ad esempio, in venti pezzi – che a un certo punto finiranno. Posso quindi ragionevolmente ipotizzare che il valore cresca nel tempo, ma intanto la posso utilizzare, ad esempio come mia immagine nel mondo del Metaverso o come avatar nei miei profili social. A ciò si aggiugono i servizi collegati, quelli che ottieni acquistando l’immagine. Quando compri un quadro ciò non avviene: lo porti a casa, lo appendi, lo ammiri e lì finisce». Servizi? Tipo?
«I più noti sono quelli legati alle scimmiette NFT della raccolta di opere digitali Bored Ape Yacht Club. Sono partiti da cento dollari a scimmietta e sono arrivati a cento mila dollari, proprio in virtù del servizio offerto. In questo caso il “biglietto d’accesso al Club”. Cloud Yachts, il rivenditore di yacht digitali tramite cui, insieme agli altri quattro designers selezionati (Bannenberg & Rowell, Gregory C. Marshall, David Weiss), sto pubblicando NFT, ti offre i biglietti d’ingresso ai saloni internazionali più importanti del circolo della nautica dei superyacht. Un modo per entrare nel giro “reale” e partecipare agli eventi che contano. Poi magari, dopo aver acquistato terreni, isole e panfili nel Metaverso, ci si appassiona al punto da farselo progettare e costruire davvero uno yacht. Sono risvolti probabili, auspicabili. Sta di fatto che è un mondo che mi diverte tantissimo, l’unico limite è quello imposto dalla propria immaginazione. Ho dovuto studiarlo, non è stato immediato perchè alla mia età si è considerati “vecchi” per comprendere certi meccanismi». Questo, invece, è il momento in cui mi considero troppo in là con gli anni (a dir la verità, a occhio e croce, gli stessi di Marco Casali…) o, più probabilmente, troppo indietro come forma mentis per pretendere di capire. Deve essere come mi ha spiegato lui: occorre studiare e dedicare tempo alla materia. Lo ringrazio per essere riuscito a utilizzare il linguaggio dei bambini o, meglio, degli anziani (data la precocità delle nuove generazioni) e abbandono il (mio) mondo da “E.T. telefono casa” per riavvolgere il nastro e tornare al racconto precedente e agli anni di lavoro da architetto successivi alla laurea.

L’attività legata alla realtà aumentata è ovviamente solo quella più recente in cui si manifesta la creatività di Marco Casali. Prima, e insieme a questa, ci sono state e ci sono tantissime altre realizzazioni altrettanto appassionanti. Si potrebbe partire dall’inizio, da Marco Casali bambino. «Ho iniziato a disegnare barche all’età di sei anni. I miei avevavo acquistato una navetta Akerboum con cui navigavamo a otto nodi con il vento in poppa, scendendo dalle onde. Al rientro in porto obbligavo mio padre a portarmi a vedere tutte le barche ormeggiate, tornavo a bordo e mi mettevo a disegnarle. A tutto pensavo in quegli anni tranne che sarebbe diventato il mio lavoro. All’Università ho scelto Archittetura e sino all’ultimo avevo in mente di dedicare la tesi alle grandi strutture. Poi, sfogliando Vela e Motore, lessi della prima edizione del concorso “Disegna la barca dei tuoi sogni”. Decisi di partecipare e vinsi il primo premio. A quel punto un amico mi disse che c’era un Professore che progettava barche. Fu così che abbandonai il tema precedentemente scelto per preparare la tesi con Gianni Zuccon: lo studio di un catamarano di 100 metri, un museo del mare, un mezzo che adesso sta tornando tantissimo, ma che all’epoca sembrava un’idea molto innovativa. Laurea in mano andai a lavorare nel suo studio dove rimasi per oltre sei anni». Era l’epoca dei grandi progetti per il Gruppo Ferretti: per Ferretti Yachts, Custom Line, Bertram. Poi, nel 2004, il passaggio all’attività in proprio. «Norberto (Ferretti), che mi conosceva, aveva appena preso il cantiere Itama e suggerì a Tilli (Antonelli), che stava valutando diversi nomi, di “guardare anche questo ragazzo”. Feci un incontro e fu così che lavorai al primo progetto, l’Itama Forty».
Itama è stato, quindi, il primo grande nome, in ambito nautico, per cui Casali ha lavorato in autonomia. Da qui la nascita dello studio Marco Casali – Too Design. A cosa si deve “Too Design”? «Nasceva dalla mia esperienza: io che ero stato un dipendente avevo avuto modo di comprendere l’importanza del lavoro in team. Volevo che il mio studio sfruttasse questa opportunità. Quindi, accanto al mio nome, doveva emergere il valore della squadra, del gruppo e delle persone che lavorano con me. Oggi siamo in dodici: italiani, indiani, francesi tra architetti, designer, ingegneri nautici. Io, in particolare, mi occupo di tutto ciò che sta sopra l’acqua, non sviluppo carene e strutture, ma esterni ed interni». Tra i committenti dello studio ci sono costruttori – vedi Apreamare, Bavaria, Greenline e Silent Yachts, giusto per citarne alcuni – e privati, come nel caso del Project Lady 50 mt Columbus (Palumbo Superyachts). «È uno yacht che nasce con un armatore che è cresciuto con me. Sarà probabilmente uno dei 50 metri più ricchi di dotazioni costruito in Italia. Non posso dire molto, se non che sarà varato l’anno prossimo, che sarà iper ecologico, ibrido, con materiali realmente sostenibili e con una ricchezza di dettaglio e docoro preziosa e raffinata come sa esserlo la nostra alta moda. Una barca molto “donna”, i suoi interni potrebbero essere uno splendido abito di Dolce e Gabbana, Armani o Missoni. Adotterà una delle tecnologie più avanzate in termini non solo di propulsione, ma anche di trattamento dell’aria: un sistema evoluto in grado di “uccidere” il 99% dei batteri e dei virus in entrata dalle prese laterali. Anche l’ISA Super Sportivo 100 GTO è nato nello stesso modo, da un armatore che conoscevo da tempo. Con lui abbiamo sviluppato l’idea, il progetto, sino alla costruzione che è avvenuta da ISA Yachts. È una barca incredibile, tutta in carbonio, in grado di volare a 55 nodi». C’è poi, all’opposto, tutto il lavoro dedicato ai progetti tipicamente sostenibili.
«Credo di essere l’architetto con più imbarcazioni green in costruzione al mondo. Oltre a Project Lady, stiamo lavorando con Silent Yachts, che ha venduto tantissimi catamarani completamente elettrici, solari e customizzati per il singolo cliente, ma anche con Greenline, che sta invece puntando sempre di più sulla sua esperienza ibrida. C’è poi l’impegno extra cantiere, quello che ci consente di sviluppare l’idea senza dover sottostare alle logiche inevitabilmente economiche del costruttore.

Nasce così VisionE (sopra in gallery), una linea di yacht – dove E sta per ecologico, environmental friendly, ecosostenibile – con l’idea di rappresentare un’innovazione/rivoluzione nel mondo dei grandi monoscafi che tenga conto delle necessità di una nautica sostenibile per il futuro. Abbiamo presentato il primo modello, un 56 metri di 500 GT elettrico, cui seguiranno un 78 e un 40 metri. Per quest’ultimo siamo già in trattativa con un cliente. Il proposito è quello di partire da zero, consapevoli del fatto che fare greenwashing (neologismo inglese che viene tradotto come ecologismo di facciata o ambientalismo di facciata, ndr), tendenza oggi diffusa, non serva: non basta installare un motore ibrido per fare una barca ecologica, così come non basta mettere un motorino elettrico a un’auto per stare dietro alla Tesla. Abbiamo quindi ripensato le forme, le masse, tant’è che il nostro 56 metri è solo un due ponti, molto più lungo di un 500 GT tradizionale, molto più basso e largo e con uno scafo che risulta così più performante e stabile. Alla propulsione elettrica e ai pannelli solari abbiamo aggiunto aperture con balconi e terrazze in corrispondenza di ogni cabina – in modo da garantire un ricambio d’aria naturale, riducendo al massimo l’utilizzo dei condizionatori – oltre a una serie di atout, quali la schermatura delle vetrate per ridurre l’irraggiamento solare o lo storage e il waste management con circuiti di aria forzata naturale. Il passo successivo, quello che stiamo valutando ora, è decidere se collegare VisionE a un cantiere o a un venditore, come potrebbe essere Camper & Nicholson». Se, per tornare al parallelo con l’automotive, risulta evidente che le emissioni ridotte a zero possano essere prerogativa esclusiva delle autovetture concepite elettriche e non semplicemente riattrezzate, nella nautica a che punto siamo? «Il tema è importante. Lo ha dimostrato Silent Yachts, che sino a ieri non aveva nemmeno un cantiere e oggi ha venduto ventidue 60, dieci 80 e un 120. E questo perchè sul mercato non esisteva ancora un prodotto realmente sostenibile. La cantieristica si sta muovendo ma, anche solo fisiologicamente, con una certa lentezza. Questo è il motivo per cui, in molti casi, abbiamo scelto di rivolgerci direttamente agli armatori, che in questo momento sono anni luce avanti rispetto ai cantieri. Quello delle imbarcazioni green è, a mio avviso, forse l’unico segmento della nautica in cui la richiesta supera abbondantemente la capacità di offerta del mondo della produzione. Ognuno degli armatori Silent è realmente consapevole della necessità di ridare indietro qualcosa al nostro Pianeta. Lo dimostrano con azioni concrete, investimenti importanti anche extra nautica e, talvolta, persino a scapito dei loro personali business». Immagino che simili consapevolezze siano appannaggio di una cerchia ancora troppo ristretta di persone sensibili o illuminate. C’è un modo per invertire la rotta? Per scuotere le coscienze? «Sicuramente ognuno può fare la propria parte. Personalmente mi piacerebbe poter contribuire alla costruzione di una nuova nautica sostenibile, partendo proprio dalla condivisione del nostro progetto VisionE. Mi piacerebbe potesse rappresentare una “visione”, appunto. Chi, meglio di noi, che ama e frequenta il mare, può farsi portavoce e tramite di un cambiamento? Non possiamo dimenticare che – dati Onu – la plastica dispersa in mare è destinata a rappresentare la prima causa di estinzione della razza umana».
E, a quel punto, parlare di nautica, Metaverso o, più semplicemente, di sogni e intimi desideri non servirebbe più a nulla.

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