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L’impresa dell’Artiglio: la caccia al tesoro

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La storia dei palombari di Viareggio e il recupero dei lingotti d’oro e d’argento che si trovavano nella stiva del relitto dell’Egypt a 130 metri di profondità

Questa è una vecchia storia. Fatta di coraggio, ardimento e spregiudicatezza. E, purtroppo, quasi del tutto dimenticata o, quantomeno, non adeguatamente celebrata. Cominciamo dalla fine. Una sera di giugno del 1932 nelle osterie intorno alle banchine di Viareggio si diffonde velocemente una notizia: l’equipaggio dell’Artiglio II, specializzato nei recuperi subacquei a grande profondità, era riuscito a recuperare il prezioso carico dell’Egypt, un mercantile britannico affondato dieci anni prima al largo delle coste bretoni. Nella stiva c’erano otto tonnellate d’oro e quaranta tonnellate d’argento, destinate alle banche indiane per un valore di oltre un milione di Sterline.

L’Egypt era colato a picco dopo la collisione con un mercantile francese, il Seine, a circa 50 chilometri dalla costa e in quell’occasione persero la vita 96 persone. Nella stiva c’era un vero e proprio tesoro, tanto che i Lloyd’s di Londra, nel 1925, incaricarono del ripescaggio diverse società inglesi e olandesi. Fallirono tutte, 130 metri erano troppi da raggiungere e tre anni più tardi la compagnia assicurativa affidò l’incarico alla Sorima, dell’armatore italiano Giovanni Quaglia. La Sorima possedeva alcuni pescherecci riconvertiti al recupero di relitti affondati e una delle squadre di palombari alle sue dipendenze era guidata da un viareggino: Alberto Gianni. Gianni era uno sperimentatore audace. Aveva inventato attrezzature all’avanguardia per i lavori subacquei: camere di decompressione, benne e, soprattutto, uno scafandro indipendente e leggero, cioè svincolato dai cavi di sospensione, la cosiddetta “torretta d’immersione”. Si trattava di un’innovazione che consentiva di evitare gli inconvenienti connessi con il vorticare delle correnti marine, ma anche con il rollio e il beccheggio delle imbarcazioni. Prima che fosse inventata la “torretta d’immersione” gli scafandri dei palombari erano ancorati con dei cavi, ed erano proprio questi la causa di molti incidenti mortali durante i recuperi. Inoltre, Alberto Gianni, fu il primo a usare la fiamma ossidrica sott’acqua e a compiere operazioni che allora sembravano impossibili. Soprattutto perché nessuno era in grado di scendere oltre i cento metri di profondità. Insomma, i palombari di Viareggio erano all’avanguardia, spinti, spesso da necessità. Alcuni, in precedenza erano semplici marinai imbarcati che si cimentarono nel recupero dei relitti perché era un’attività più remunerativa.

L’Artiglio era un piroscafo della Sorima di Genova dell’armatore Giovanni Quaglia. A bordo c’erano Alberto Gianni insieme ad altri palombari viareggini che avevano inventato attrezzature all’avanguardia come la torretta d’immersione per il recupero di relitti a grande profondità. Alla fine degli anni ’20 furono incaricati di recuperare il tesoro dell’Egypt, un mercantile affondato al largo delle coste bretoni dieci anni prima che si trovava a 130 metri di profondità. Le imprese dei palombari viareggini sono contenute nel libro “Artiglio, una storia incredibile” di Sauro Sodini, Edizioni L’Ancora e su www.fondazioneartiglio.it

Ci misero un anno quelli dell’Artiglio a localizzare il relitto dell’Egypt. Ci riuscirono il 29 agosto del 1930, ma l’autunno e poi l’inverno, erano alle porte e il mare davanti a Brest non è mai clemente. La Sorima decise quindi di soprassedere e di non procedere immediatamente al recupero. Avrebbe aspettato la primavera successiva per compiere le operazioni con la dovuta tranquillità. Il rinvio, purtroppo, fu la causa di una tragedia. L’Artiglio, per non rimanere con le mani in mano, fu mandato a compiere un recupero sulla carta molto più facile. Più a Sud, nei pressi dell’isola di Belle Ile, nella baia di Quiberon, su un fondale meno profondo di quello dell’Egypt, giaceva la Florence, una bettolina affondata nel 1917 con un ingente carico di esplosivi. Si pensava che fossero ormai innocui, visto che giacevano in fondo al mare da quasi quindici anni, ma non fu così. Mentre i palombari guidati da Alberto Gianni collocarono una piccola carica esplosiva sul relitto, ci fu una potente deflagrazione che fece saltare in aria l’Artiglio, nonostante i suoi 50 metri di lunghezza. Morirono Alberto Gianni e altri due palombari viareggini che erano con lui, insieme alla maggior parte dell’equipaggio. La Sorima decise allora di armare l’Artiglio II, un piroscafo gemello, per recuperare il tesoro dell’Egypt. I compagni di Alberto Gianni ci riuscirono due anni dopo, nel giugno del 1932, quando i lingotti d’oro e d’argento cominciavano ad affiorare in superficie.

Il 29 agosto del 1930 localizzarono il relitto dell’Egypt. L’autunno e poi l’inverno erano alle porte e il mare a 50 km al largo di Brest non consentiva di operare in tranquillità. L’Artiglio fu allora mandato poco distante a recuperare la Florence, una bettolina affondata nel 1917 che trasportava un ingente carico di esplosivi. Mentre i palombari viareggini collocavano una piccola carica esplosiva ci fu una deflagrazione che inghiotti l’Artiglio. Due anni dopo, l’Artiglio II riuscì nell’impresa di recuperare il relitto dell’Egypt con il suo carico di lingotti d’oro e d’argento.

A Viareggio esiste ancora oggi il museo del palombaro dove è esposta la “torretta d’immersione” inventata da Alberto Gianni e c’è anche la fondazione Artiglio che tiene viva la memoria di quelle gesta. I palombari non si chiamano più palombari, ma sommozzatori. La loro professionalità, per chi non è del mestiere, è sorprendente. Basti pensare a cosa sono riusciti a fare per raddrizzare e recuperare il relitto della Costa Concordia all’Isola del Giglio una decina di anni fa. Continuano però a vivere una condizione lavorativa che non valorizza la loro professionalità, soprattutto in Italia, dato che non sono riconosciuti nemmeno come categoria. Sono assunti con contratti di lavoro da metalmeccanici o da lavoratori agricoli, proprio perché non è riconosciuta la qualifica di sommozzatore, nonostante siano persone che posseggono numerosi brevetti, come quello di saldatore. Lavorano in ambienti pericolosi, spesso teatri di guerra, e lo fanno anche per dodici ore al giorno. Lavorano sulle piattaforme o a fare posa dei cavi sottomarini. Se possiamo usare Internet e avere una connessione dipende molto da questi cavi e da chi, con ardimento e spregiudicatezza simile ai palombari dell’Artiglio, ne cura la manutenzione tutti i giorni.

CRONOLOGIA
1922 – L’Egypt, un transatlantico inglese affonda al largo delle coste bretoni dopo la collisione con un mercantile francese. Nella stiva ci sono otto tonnellate d’oro e quaranta d’argento destinati alle banche indiane.
1925 – I Lloyd’s di Londra incaricano diverse società inglesi e olandesi del recupero che però falliscono.
1930 – Il 29 agosto, l’Artiglio, un battello a vapore di 50 metri della società Sorima individua il relitto dell’Egypt. A bordo ci sono i palombari viareggini guidati da Alberto Gianni. Il 7 dicembre l’Artiglio, impegnato in un altro recupero, salta in aria a causa delle cariche esplosive inesplose che si trovavano ancora nella stiva del relitto. Muore Alberto Gianni, altri due palombari viareggini e la maggior parte dell’equipaggio.
1931 – La Sorima arma l’Artiglio II, un battello analogo al primo, per cercare di terminare il lavoro e recuperare il relitto dell’Egypt.
1932 – Il 22 giugno, l’equipaggio dell’Artiglio II riesce nell’impresa recuperando i lingotti d’oro e d’argento che giacevano a 130 metri di profondità.

(L’impresa dell’Artiglio: la caccia al tesoro – Aprile 2024)

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