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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Fiart, dall’assonanza alla risonanza, fenomenologia di un successo

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Altro che adenina, citosina, guanina e timina. Le basi azotate che costituiscono il suo Dna sono piuttosto aplomb, gentilezza, eleganza e misura. Non serve nemmeno un microscopio di ultima generazione per vederle, basta lo spazio di un’intervista. Che, Giancarlo di Luggo, amministratore delegato di Fiart, cantiere di Baia in provincia di Napoli, concede a Gente di Mare 2.0 assentandosi per qualche minuto da un convegno. «Mi ha salvato!» dirà scherzosamente. Ma il tempo a disposizione non è molto, quindi salpiamo.

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La sede di Fiart, cantiere di Baia, in provincia di Napoli.

Fiart è un acronimo, Fabbriche Italiane per l’Applicazione di Resine Termoindurenti. L’assonanza con Fiat è fortissima. Mai avuto problemi di naming?
«Fiat negli Anni ’60 è stata sinonimo di “macchina possibile”. La macchina per tutti. Non ne ho la reale certezza, ma non mi sento di escludere a priori che mio padre, fondatore del cantiere, abbia voluto immaginare Fiart nello stesso modo, come l’emblema della barca per tutti appunto».
D’accordo, ma da Torino? Una telefonata, una lettera, un cenno…?
«Una lettera, sì, tanti anni fa. Però dal loro ufficio legale negli Stati Uniti. Detto questo, papà conosceva bene l’Avvocato, erano entrambi Cavalieri del Lavoro. In quell’occasione si sentirono e Agnelli gli fece addirittura i complimenti per la scelta del nome. È un aneddoto che ricordo con grande piacere».

Che ricordo ha, invece, dei Saloni nautici del 2023, anno in cui il mercato ha iniziato a registrare qualche leggera flessione dopo l’euforia dell’era Covid?
«Confesso che siamo andati prima a Cannes e poi a Genova con qualche preoccupazione e la giusta dose di prudenza, ma con altrettanta onestà devo dire che dopo aver analizzato il numero di visite, di contatti e di barche vendute, ci siamo resi conto di essere stati perfettamente in linea con i risultati dell’anno precedente, ottimo come tutti ricorderanno».
Bene. Assodato il perfetto stato di salute del cantiere, dovendo tuttavia guardare un po’ più in là nel tempo, non nutre proprio alcun timore? Del resto, per dirla terra terra, è innegabile che il mondo sia fuori controllo.
«Il tema è delicato e complesso. Io faccio un parallelismo con il nostro core business, l’attività immobiliare (Giancarlo di Luggo è presidente di LDB Costruzioni, ndr). Ciò che è cambiato davvero oggi è il tempo delle trattative. Prendiamo in esame Milano, una piazza ricca, dinamica e rappresentativa per il nostro Paese. Se prima un appartamento nel capoluogo lombardo si vendeva in tre mesi, ora bisogna preventivarne almeno cinque e il motivo evidentemente è finanziario, è legato ai tassi di interesse più alti, all’ottenimento più ostico da parte del cliente dei primi fondi. Lo stesso avviene nel settore nautico. Si sono dilatati i tempi che portano alla firma di un contratto. Giusto qualche giorno fa un nostro armatore tedesco ci riferiva della sua sua difficoltà a onorare l’acconto nei dieci giorni previsti per l’acquisto della barca. Questa nuova modalità è agli atti. Ciò nonostante, anche in ottica futura, nutro ottimismo».
Che dipende da?
«Dalla capacità ormai consolidata di Fiart di coprire più mercati. Prima della grande crisi del 2008, le nostre roccaforti erano sostanzialmente l’Italia per il 70 per cento e la Francia per il restante 30. Ora è molto diverso. Abbiamo una rete di vendita più ampia, che conta oltre 30 concessionarie nel mondo. Questa presenza così capillare, solida e strutturata, mette il cantiere al riparo. Anche sul lungo periodo».
Quali sono i mercati più in espansione?
«Nord Europa, Grecia e Stati Uniti».
A proposito di America, come è andato il Miami International Boat show appena concluso?
«Per Fiart questo Salone è stato una piacevole conferma di quanto detto un secondo fa. L’America è indiscutibilmente un mercato in crescita. Dal nostro ingresso negli States, parlo di circa un anno e mezzo fa, abbiamo già concluso la vendita di 6 modelli della gamma Seawalker. Inoltre abbiamo in agenda altre due date importanti, il Palm Beach Boat Show a Marzo, e Fort Lauderdale il prossimo Ottobre».

A voltarsi indietro, idealmente a quel 1960, anno della fondazione, Fiart ne ha fatta parecchia di strada. Se dovesse fissare i famosi punti nave del cantiere, quali sarebbero?
«Certamente gli albori. Allora la missione era specificamente quella di costruire moltissime imbarcazioni, circa 500 l’anno, tutte di piccole dimensioni».
La vostra “Fiat”
«Esatto».
Poi?
«… Poi passerei ai primi anni Ottanta, quando abbiamo iniziato a produrre barche più grandi, anche 35, 40 piedi e in termini di business siamo usciti per la prima volta dai confini nazionali. Direi che fino al 2000 siamo andati dritti come treni ma su binari piuttosto rigidi. Facevamo le barche che piacevano a noi, senza essere schiavi dei diktat del mercato. Allora si poteva. Poi è arrivato il 2008, l’anno nero per la nautica. Giocoforza ci siamo dovuti allineare con la domanda generale e quindi abbiamo virato su una produzione più accattivante dal punto di vista estetico. Ma confesso che il vero cambio di passo è del 2020 con il lancio dei walkaround. Non ultimo il 2021, l’anno che ha segnato l’incontro con l’architetto Stefano Pastrovich con cui è nata la serie custom luxury P».
Dopo il debutto del P54 nel 2022, ora c’è grande attesa per il nuovo P48. A quando il varo?
«Prevediamo di metterlo in acqua in estate».
E dopo il 48?
«Eh… diciamo che c’è già qualcosa (sorride), ma mi fermo qui».

Perché Stefano Pastrovich?
«Ci siamo incontrati la prima volta a Monte Carlo in pieno Covid. Abbiamo passato un’intera giornata a chiacchierare. Lui ha fatto lo schizzo di tre prue e mi ha detto “quale sceglieresti?”. Io ho pensato “Accidenti, se ora indico quella sbagliata, addio collaborazione”».
E invece?
«È andata bene perché il mio dito ha indicato la prua che aveva in testa anche lui. Ci siamo trovati».
Altre collaborazioni all’orizzonte? E se sì, con chi?
«Dobbiamo certamente rinnovare anche la gamma Classic, quindi è molto probabile che ci affideremo a professionisti esterni, ma per ora non faccio nomi anche perché siamo davvero in una fase di ragionamenti, considerazioni…».
Allora facciamone uno incontrovertibile e soprattutto radicato nella storia di Fiart, quello di Annalaura, sua sorella.
«Annalaura, un vulcano di idee. La sua attività principale è l’arte, cui dedica anima e corpo, ma è anche presidente di Fiart. Quando è mancato papà, il fatto che lei potesse rivestire questo ruolo è sembrato naturale, giusto. Con lei abbiamo sviluppato di recente un interessante progetto. Nella cabina armatoriale del nuovo Seawalker 43 Panorama incastonato nel retro della testiera del letto c’è un quadro realizzato da lei. Naturalmente si tratta di pezzi unici».

La cabina armatoriale del Seawalker 43 Panorama impreziosita dall’opera di Annalaura di Luggo.

Accidenti, tra poco ricomincia il convegno e anche se mi dicono che lei sia un uomo molto riservato, mi permetto una domanda di carattere personale. Quali sono le sue grandi passioni extra lavoro?
«La pesca subacquea certamente. Adoro starmene là sotto, anche per ore».
Perché? Che cosa c’è là sotto che non trova in superficie?
«La bellezza del silenzio. E i pesci, di cui amo studiare il carattere».
Se l’è mai vista brutta là sotto?
«Una volta. Rimasi incastrato con la mia pila nella tana di un polipo. Non riuscivo a uscire. Fu bruttissimo. Purtroppo sono attimi in cui fai i conti con una certa vulnerabilità. Ti accorgi di non essere preparato a ciò che in realtà ti sei sempre preparato, all’imprevisto. Bisognerebbe essere lucidi, mantenere la calma, ma non è affatto semplice, mi creda. Grazie al cielo si è risolto tutto al meglio».
Altre passioni meno rischiose? Magari sulla terra ferma?
«Il vino. Da 8 anni sono anche sommelier (precisa orgogliosamente). Pensi che ogni volta che costituiamo una società per un’operazione immobiliare, la chiamiamo con il nome di un vino».
Etichette preferite?
«Il Galatrona di Petrolo, un Merlot in purezza strepitoso. Il Monfortino di Conterno. Se devo giocare in casa, dico i Fiano di Guido Marsella, di Colli di Lapio e naturalmente l’Exultet di Quintodecimo… Poi ho un ricordo incredibile del Giusto di Notri di Tua Rita, annata 1997. Quando lo assaggiai, rimasi senza fiato».
L’ultima passione davvero, poi la lascio al suo convegno. Ha detto: ” il mare, il vino”, ma qualcosa che abbia una consistenza non liquida?
«Adoro la storia, tutta. E adoro collezionare soldatini di piombo. Conservo ancora quelli con cui giocavo da bambino».

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