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Forma funzione, il credo di Federica Bertolini

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Offrire un prodotto innovativo, coerente con le tendenze contemporanee del design, ma rispondente alle esigenze specifiche della vita a bordo. È il faro che illumina la rotta dell’architetto Federica Bertolini, Style Manager di Azimut Yachts

Dal 1998, anno della Laurea in Architettura al Politecnico di Torino, all’approdo in Azimut Yachts il passo è stato piuttosto breve: meno di tre anni di attività in un paio di studi privati di progettazione, ristrutturazione e direzione lavori in ambito civile e la “chiamata alle barche” ha risuonato ininterrottamente in una carriera di fatto nata, cresciuta e maturata nell’anima blu di Avigliana, il piccolo comune della città metropolitana di Torino dove la produzione nautica ha fatto e continua a fare scuola. Affiancando, e non solo per vicinanza territoriale, l’altra grande scuola fiorita ai piedi della Mole e conosciuta in tutto il mondo grazie alla Fiat, ma anche ad alcuni dei più grandi carrozzieri e designer italiani. La contiguità tra yacht e car design, oggi ampiamente certificata da contaminazioni e rimandi più o meno suggestivi, non può che rifarsi alla storia dell’industria piemontese.
«La relazione tra barche e auto è un legame di lunga durata che vede nella nautica a motore, soprattutto di piccola taglia, collaborazioni storiche come il Riva Ferrari del 1990», spiega Federica Bertolini, Style Manager di Azimut Yachts. «Recentemente il car design è divenuto una fonte di ispirazione più strutturata e orientata alla ricerca di linee moderne e sportive, dinamiche e fluide. Alberto Mancini, ad esempio, ha raccolto il testimone da Stefano Righini caratterizzando le nuove linee Azimut Grande, Fly ed S con superfici modellate e scultoree che fanno emergere gli stilemi del marchio con una sempre maggior pulizia delle linee. Non a caso, parte del percorso formativo di Alberto è avvenuto a Torino, sede dello IED (Istituto Europeo di Design), che è specializzato nella formazione di giovani promesse del car design e non solo. La nascita al suo interno, nel 2022, del Master in Yacht Design, di cui sono coordinatrice scientifica, sta contribuendo a una formazione specialistica dei giovani talenti di domani».

Quali prospettive, in termini di standard lavorativi e risultati tecnici e stilistici, apre la pratica di attingere a soluzioni tipiche del car design?
«Gli standard di progettazione del cantiere di Avigliana, mutuati dalla cultura industriale torinese, hanno come obiettivo il controllo della qualità del prodotto finale, proprio del made in Italy, dal prototipo all’ultima unità di tutti i modelli qui sviluppati e realizzati. A partire, quindi, dalle delibere virtuali utilizzate sui modelli tridimensionali che caratterizzano i primi gate di approvazione sino alla condivisione di ogni aspetto estetico, ingegneristico e costruttivo nel processo di progettazione ed esecuzione di tutti i componenti dei modelli qui progettati e prodotti. Alcuni esempi pratici: il design degli esterni viene analizzato sin dai primi modelli virtuali di concept insieme al processo e all’ingegneria per garantire scomposizioni producibili con il minor numero di giunzioni e con standard di qualità elevati per l’accoppiamento degli elementi in vetroresina e carbonio. Tutta la progettazione degli interni viene sviluppata in 3D con delibere virtuali ed ergonomiche, esattamente come avviene nell’elaborazione degli interni automotive attraverso una sala virtuale dedicata».

Come avviene, invece, il suo ingresso in Azimut Yachts?
«Iniziai la mia avventura nel febbraio 2001. L’azienda era più piccola anche se in grande espansione. Il direttore tecnico di allora, l’ingegner Paolo Bertetti, stava cercando un architetto per gli interni per potenziare il team progettazione. Fui subito affascinata dal reparto prototipi, dalla professionalità delle persone che ci lavoravano e ancora ci lavorano, dalla concretezza e rapidità del design che subito diventava oggetto fisico, modello, poi stampo, per essere prodotto e soddisfare così le aspettative dei clienti. Il primo oggetto che disegnai, l’ho ancora davanti agli occhi, fu una colonna doccia armatoriale che doveva integrare diverse funzioni. Un esemplare, eseguito partendo da uno schizzo e da un modello in legno, che ricordo con emozione non solo in quanto primissimo lavoro realizzato in Azimut, ma anche in quanto primo pensato non per il cliente singolo, ma per il cliente “tipo” della piccola serie a cui era destinata quella colonna doccia».

Nel 2004 l’architetto Bertolini assume il ruolo di responsabile stile interni e dal 2012 anche esterni del cantiere di Avigliana. Cosa significa per lei? La risposta, figlia di una professionalità e di una tempra tipicamente torinesi, arriva immediata: «Saper ascoltare senza smettere mai di imparare e crescere, sentendosi parte di una squadra che ha come obiettivo comune, come recita la mission di Azimut, quello di costruire la barca più bella, affidabile, tecnologica e innovativa, assistendola nel mondo. C’è poi la grande responsabilità insita nell’aggiornamento costante del prodotto, cogliendo le esigenze di un mercato in continua e rapida evoluzione». Quali impegni, decisioni, relazioni e oneri comporta il suo incarico?
«Le relazioni sono fondamentali. L’innovazione nasce dall’interazione di più persone che portano esperienze e opinioni diverse. Spesso l’idea nasce da scontri e punti di vista opposti, ma complementari. La responsabilità riguarda la direzione artistica dei nuovi progetti da monitorare nelle diverse fasi di sviluppo sapendo interpretare le tendenze in coerenza con il DNA aziendale, mentre l’impegno è costantemente volto a sviluppare e coordinare proposte creative in risposta agli input ricevuti».

A proposito di impulsi, come si manifesta il dialogo tra architettura navale e stile in relazione allo studio degli interni di imbarcazioni sino a 24 metri di lunghezza?
«I due aspetti sono strettamente connessi, direi simbiotici. Non è possibile iniziare a ragionare sullo sviluppo reale degli spazi senza un preliminare di ingegneria navale. La ricerca della soluzione migliore sarà quindi frutto del dialogo continuo tra progetto tecnico, concept e richieste di architetti e interior designer». Nell’esercizio di ogni nuovo studio di stile, quali sono invece i punti fermi cui non è possibile, o consigliabile, derogare? «Il primo vincolo è certamente quello della sicurezza a bordo e del rispetto, quindi, delle normative e prescrizioni nazionali e internazionali. Si pensi, ad esempio, al dimensionamento e alle indicazioni specifiche per sistemi di ritenuta, parapetti o tientibene, che possono impattare anche in maniera importante sullo stile esterno, così come botole e uscite di sicurezza possono farlo sugli arredi interni. Poi ci sono gli imperativi, spesso di complessa interpretazione ma per noi elemento chiave, che riguardano i bisogni dei clienti e i feedback dal mercato e dalla rete». Un lavoro articolato che stimola un approfondimento: come si riesce a conciliare la ricerca della bellezza a quella del rispetto della natura del prodotto barca? E quanto peso ha lo stile nell’apprezzamento generale dell’esemplare specifico?
«Lo stile e la bellezza del prodotto sono tra le principali ragioni di acquisto di un’imbarcazione Azimut. Cui seguono immediatamente la ricerca di confort, sicurezza, tecnologia, affidabilità. Essendo per noi da sempre l’utente il vero focus dei progetti, il nostro obiettivo primario è offrire un prodotto innovativo e coerente con le tendenze contemporanee del design, ma attentamente calibrato sulle esigenze specifiche della vita a bordo. Non progettiamo showroom, ma oggetti che devono navigare garantendo il massimo in termini di sicurezza, comodità, funzionalità e fruibilità. È per questa ragione che durante tutta la fase di sviluppo ci avvaliamo di una “lista marinità” che, suddivisa sui diversi gate di approvazione, abbiamo realizzato negli anni sulla base di richieste ed esperienze a bordo».

Quando ritiene che gli interni di una barca possano definirsi compiutamente “belli”?
«La definizione di bellezza assoluta è un concetto complesso e ogni epoca storica ha espresso idee diverse in merito. Personalmente credo che gli interni di un’imbarcazione possano definirsi tali quando interpretano le esigenze, le aspirazioni e i sogni dell’utente, quando a bordo ci si sente appagati da contenuti, forme, colori e funzioni e non si vorrebbe essere altrove né mutarne la natura, ma al massimo qualche piccolo dettaglio decorabile. La testimonianza arriva dal mercato: quando una nuova imbarcazione ha successo significa che quanto è stato “bello” per noi lo è anche per i nostri clienti».
A proposito di aspettative e richieste, come si palesano a livello stilistico le contaminazioni tra architettura navale e civile nella taglia sotto i 24 metri?
«Nell’ultimo secolo la ricerca in architettura si è rivolta all’alleggerimento delle strutture per renderle sempre più trasparenti, vetrate, in contatto visivo con l’ambiente circostante. Gli interni proseguono all’esterno in aree abitabili flessibili, apribili o chiudibili come prolungamento naturale di una vita all’aperto che diviene sempre più esigenza dei nostri tempi per godere del contatto con la natura. Queste necessità hanno contaminato anche la progettazione navale. Del resto l’utente civile è anche quello nautico e sono i suoi bisogni a guidare l’evoluzione del prodotto. Così nelle imbarcazioni di questa taglia si assiste a sovrastrutture sempre più esili e vetrate, a porte scorrevoli ampie che garantiscono continuità verso l’esterno, ad arredi che anche nelle aree all’aperto, seppur caratterizzati da materiali idonei, sono esteticamente sempre più simili e coerenti allo stile e al comfort di quelli scelti per gli interni».

Su quali progetti è al momento impegnato il suo team?
«Il lavoro più intenso, che occupa parte delle risorse dell’Ufficio Stile, riguarda i tre modelli che compongono la nuova e innovativa collezione Seadeck, che porta le firme di Alberto Mancini per il concept e l’exterior design e di Matteo Thun e Antonio Rodriguez per gli interni. Parallelamente stiamo lavorando su parecchie altre novità, che per il momento non posso però svelare». Comprendendo la necessità di riserbo, le chiedo allora di anticiparci almeno le tendenze stilistiche ipotizzabili per i prossimi anni.
«L’attenzione si focalizzerà sempre più sui prodotti a basso impatto ambientale, che faranno della sostenibilità il principale elemento di innovazione. La riduzione delle emissioni è un obiettivo che sta mettendo in atto una nuova coscienza etica, ma anche estetica e, fortunatamente, non solo in ambito nautico. L’attenzione ai processi produttivi e ai materiali, come ad esempio il sughero al posto del teak, orienterà anche lo stile con più forza e consapevolezza». Con quali intendimenti?
«Creare prodotti belli, senza tempo e quindi eterni, offrire esperienze sempre più a contatto con la natura, abbattendo barriere fisiche e definendo, così, un nuovo stile di vita fondato sul benessere autentico».

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