Hanno vissuto la Prima e la Seconda Repubblica di Ferretti, gruppo dove si sono fatti davvero le ossa. Fino al giorno in cui hanno deciso di prendere il largo per costruire altrove il proprio porto sicuro
photo by Andrea Muscatello
Lei di Ravenna, lui di Terni. Lei classe che non si dice perché è una signora, lui 1983. Lei, negli anni dell’Università, alla nautica nemmeno ci pensava: iscritta alla Facoltà di Architettura, ha discusso una tesi sull’assistenza alloggiativa in caso di calamità naturali, convinta del fatto che un giorno avrebbe lavorato per e con la Protezione Civile. Lui, invece, nato in una regione senza mare, ha sempre avuto il pallino per le barche: agli esami di terza media ha portato un modellino in balsa di uno yacht costruito con le sue mani. Si chiamava TR001. Lei e lui sono Francesca Burdisso ed Emiliano Capponi, timonieri dello studio ravennate che riporta i loro cognomi uno attaccato all’altro. Ringraziando Iddio, la storia che segue non ha aloni melanconici generati da traumi infantili né qualsivoglia accenno di mestizia. Eppure, i due architetti, raccontandosi, almeno fino a un certo punto, ricordano Alice e Mattia, i protagonisti di quel capolavoro firmato Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi. Per anni si sono sfiorati senza mai incontrarsi, ignari, oltretutto, di essere destinati a diventare le due metà di un intero, professionalmente parlando.
Entrambi si sono fatti le ossa alla corte del Gruppo Ferretti, sotto il regno di Norberto Ferretti, sapendo pochissimo, quasi nulla per la verità, l’uno dell’altra. Si sono stretti la mano soltanto quando il cantiere ha deciso di centralizzare l’Ufficio Stile a Forlì, dove, per giunta, Francesca è diventata il di lui supervisore. Poi è arrivata la Seconda Repubblica del Gruppo, quella italo-cinese, e i due si sono separati nuovamente. Fino alla reunion per il grande salto alla conquista dell’indipendenza nel 2019, anno di fondazione dello studio. Barche li ha incontrati.
VanDutch 75 rappresenta una nuova era nel segno del design made in Italy per il brand olandese di Cantiere del Pardo dal 2020, lo Studio ha reinterpretato lo stile VanDutch in una chiave più contemporanea e mediterranea.
Burdisso, lei aveva altri piani per il suo futuro. Come mai a un certo punto è approdata al mondo della nautica? Nel 2005 fui chiamata da Fulvio Dodich, ravennate come me e allora amministratore delegato di Ferretti. Per me fu un colpo di fulmine: l’ambiente e il lavoro mi piacquero immediatamente.
Capponi? Io ho sempre saputo che avrei fatto questo mestiere. Iniziai dapprima in un piccolo cantiere navale a Orte. Nel 2006 mandai un curriculum in Ferretti. Mi presero.

«Nel 2005 fui chiamata da Fulvio Dodich, ravennate come me e allora amministratore delegato di Ferretti. Per me fu un colpo di fulmine: l’ambiente e il lavoro mi piacquero immediatamente». Francesca Burdisso
Avete lavorato per la stessa azienda senza saperlo. Poi un giorno accade che…
Capponi: Accade che mi ritrovo sulla testa Francesca.
Burdisso: Già, ero cattivissima, terribile! (tuona divertita, ndr). Scherzi a parte, mi accorsi molto presto che Emiliano aveva una marcia in più, ma soprattutto con il passare del tempo capimmo che entrambi eravamo mossi dalle stesse intenzioni: volevamo uscire dalla comfort zone del posto fisso per costruire qualcosa che fosse soltanto nostro.
«Il progetto degli interni di EMOCEAN, Explorer della divisione Superyachts di Rosetti, è stato il nostro trampolino di lancio. Curiosamente, gli armatori della seconda unità, MAKASEA, hanno chiesto che fosse identica».
Quindi avete rassegnato le dimissioni.
Burdisso: Esatto. Ci presentammo all’ufficio del personale insieme. La responsabile di allora non fece alcuna resistenza. Ci guardò e ci disse che era chiarissimo quanto fossimo motivati a spiccare il volo.
Coraggiosi.
Burdisso: Fu un bel salto nel buio, vero. Anche perché, come amo sottolineare, siamo usciti da Ferretti Group senza magheggi, nel senso che non abbiamo portato via nemmeno l’ombra di un cliente.
«Lavorare con Norberto Ferretti e Gianni Zuccon è stato molto stimolante. Due giganti. Entrambi AUTOREVOLI e mai autoritari. Abbiamo IMPARATO tantissimo, soprattutto a spaccare il capello in quattro».
L’onestà paga sempre, o almeno così dicono.
Burdisso: Assolutamente. Infatti, in men che non si dica, è arrivata la prima commessa. Ancora una volta grazie a Fulvio Dodich. Era al comando della divisione Superyachts di Rosetti. Ci chiamò per disegnare gli interni di un 38 metri in acciaio. Sergio Cutolo di Hydro Tec stava già lavorando al progetto degli esterni.
Capponi: La barca si chiamava Emocean, un Explorer destinato a una coppia di armatori giovani entrambi, ma con le idee molto chiare.
In sintesi: Rosetti, un cantiere storico e solido; Cutolo, una garanzia; Dodich, un professionista serio e autorevole. Il vostro battesimo del mare non poteva andare meglio…
Capponi: Sì. Emocean fu presentata al Cannes Yachting Festival del 2021. Piacque moltissimo. Ricordo che proprio in occasione del boat show fu venduta anche la seconda unità, Makasea.

«Io ho sempre saputo che avrei fatto questo mestiere. Iniziai dapprima in un piccolo cantiere navale a Orte. Nel 2006 mandai un curriculum in Ferretti. Mi presero». Emiliano Capponi
Altroché spiccare il volo. Eravate già nella stratosfera della nautica.
Capponi: Per noi fu una bellissima vetrina, confermo. Di questo Explorer, in effetti, si parlò molto e bene.
Burdisso: Da qui, non tardarono ad arrivare altre commesse. Oltre al Makasea, che – fatto alquanto curioso – gli armatori vollero esattamente come Emocean, salvo piccolissime modifiche, ci siamo misurati con gli interni di Doge, un 40 metri di Ocean King. Ancora una volta un Explorer che fu presentato al Monaco Yacht Show del 2025.
Poi?
Capponi: Impossibile non menzionare Pardo Endurance 72. E, naturalmente, il progetto di VanDutch 75, un’esperienza quest’ultima molto stimolante, perché ci è stato chiesto di reinterpretare in chiave mediterranea il Dna del cantiere.
Il briefing dell’Endurance 72 di Pardo Yachts chiedeva di rispettare il family feeling del cantiere; lo studio si è ispirato all’Endurance 60, rivedendone i canoni stilistici in un’ottica ancora più contemporanea ed elegante. Gli ambienti alternano la classicità del legno a materiali tecnici e a tessuti, utilizzati e dosati secondo un preciso schema e un particolare uso dinamico delle linee inclinate. L’essenza principale è quella del noce grigio con finitura opaca, utilizzata solo per le parti che definiscono il design dell’imbarcazione – velette dei cielini, pagliolato del main deck, basamenti delle tappezzerie, boiserie.
Avete citato due brand che fanno capo a Cantiere del Pardo. È azzardato supporre che potrebbe essere l’anticamera di una collaborazione esclusiva?
Capponi: È certamente un gruppo solidissimo per cui è davvero interessante lavorare. Detto ciò, noi amiamo spaziare. Progettiamo dal tender di 3 metri e mezzo, penso ad Amy 330e di Amare Group, una “seppia” futuristica con motore elettrico Mitek Revolve, al mega yacht di 40 metri come Doge appunto. Del resto, cambiando la scala di progetto cambia l’approccio, cambiano le prospettive, gli stimoli, gli strumenti. La pluralità è un valore cui difficilmente potremmo rinunciare.

«Lavorare in esclusiva per un cantiere può essere interessante e lusinghiero, ma preferiamo essere TRASVERSALI e misurarci con diverse tipologie di prodotto.La pluralità, oltre a essere un valore, è idealmente un LABORATORIO di pensieri in divenire. È libertà».
Il filo conduttore qual è? In altre parole, come definireste il vostro stile?
Burdisso: Senza dubbio asciutto, dove lo spazio prevale sulla decorazione. Nel nostro lavoro portiamo avanti una ricerca su temi che sono diventati un po’ il filo conduttore del nostro stile: come l’attribuzione di un valore estetico all’elemento tecnico, la definizione razionale della percezione spaziale e l’utilizzo “onesto” dei materiali. Non amo il lusso ostentato. Materiali semplici, naturali. Onesti per dire.
Onesto? In che senso?
Burdisso: Se decidiamo di utilizzare il legno, usiamo il legno vero. Idem per la pietra o per il marmo. Non cerchiamo qualcosa che ne simuli l’effetto. Non amiamo il lusso ostentato, materiali semplici, naturali, onesti per definirne correttamente la dizione.
A proposito di onestà, solitamente, intervistando coppie, emerge l’idea che si vada d’amore e d’accordo.
Burdisso: Noi? Ah, noi litighiamo tantissimo! Più che altro è un fatto caratteriale. Io sono istintiva, mi lascio guidare dalle emozioni. Emiliano, invece, è molto razionale, prima ragiona e poi decide. Io sgomito dall’interno, lui stringe dall’esterno. Ma il nostro equilibrio, in fondo, è proprio questo.
(BurdissoCapponi – Born to be free – Tratto da Barche, Luglio 2026)


