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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Andrea Agrusta – The rise of my NavalHEAD

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L’ingegnere fa un primo bilancio: il suo studio, rinomato per soluzioni idrodinamiche all’avanguardia, è cresciuto. Ed è pronto per accettare nuove sfide

photo by Andrea Muscatello

Era il 2024. Chi scrive incontrava Andrea Agrusta per la prima volta. Quarantadue primavere, pugliese di Taranto, ingegnere navale. Segni particolari: refrattario alla fantasia. Allora, sarebbe bastato fargli annusare anche un solo milligrammo di creatività per mandarlo in shock anafilattico. Dal 2010 al timone di NavalHEAD, autorevole studio di progettazione triestino, con dialettica spigolosa rimandava al mittente qualunque invito a contemplare nella scala colori della vita tinte che non fossero il bianco o il nero. A distanza di due anni, timidamente, qualcosa è cambiato…

Ocean Alexander 40P.

L’ingegneria, la simulazione numerica, l’ottimizzazione dei prodotti e la ricerca di nuove soluzioni progettuali, materiali e tecnologie di produzione sono supportate da un servizio di gestione dei progetti. Tale servizio risponde alle esigenze sia dell’armatore sia del cantiere navale, coordinando e gestendo le diverse parti coinvolte nel lungo e complesso processo di costruzione di ogni nuova imbarcazione.

NavalHEAD nasce nel 2010 dall’esperienza di due soci fondatori con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per le attività di ingegneria, ricerca e sviluppo nel panorama nautico internazionale.

“Siamo un gruppo di professionisti. Tutti tecnici, ingegneri e disegnatori. Nel mio vocabolario non esiste il termine compromesso. Nella guerra geometrica vince sempre la razionalità. Qui esercizi di stile non ne facciamo. Prendiamo in considerazione soltanto progetti di barche il cui destino è navigare bene. Il resto non ci interessa”. Agrusta, queste sono parole sue, datate 16 settembre ’24. Le ricorda? Sì (accenna un sorriso). Anzi, guardi, prima di riceverla, sono andato a rileggere quell’intervista e ammetto di essermi stupito di cotanta rigidità.

Significa che nel frattempo ha allentato la morsa dello stoicismo? Ho smussato qualche angolino. L’età che avanza, in fondo, porta a più miti consigli. Pensi che ho perfino assunto un architetto!

Creatività, non ti temo. Non esageriamo. La filosofia progettuale di NavalHEAD è sempre la stessa. Più che di cambiamento, parlerei volentieri di evoluzione. Non c’è giorno in cui io non ricordi ai miei collaboratori che il nostro compito è trasformare i sogni in realtà, ma se il sogno non è percorribile, è sempre meglio “svegliare” cantiere, designer e armatore, anche nel pieno della notte, se necessario. Non ha alcun senso fare promesse che non si possono mantenere.

L’obiettivo di NavalHEAD è progettare e costruire imbarcazioni ad alta efficienza energetica, a basso impatto ambientale e altamente tecnologiche. Ogni soluzione progettuale è razionalizzata e ottimizzata.

Questo le fa onore. Ma veniamo allo studio. È ormai prossimo al suo sedicesimo compleanno, quindi a un traguardo senza dubbio meritevole di bilancio. In realtà il primo vero giro di boa si è concentrato più negli ultimi 5 anni, perché è in questo lasso di tempo che abbiamo davvero allargato gli orizzonti da tutti i punti di vista. Ci siamo misurati con imbarcazioni più grandi rispetto al nostro tradizionale core business, lavorando su progetti tra i 30 e i 50 metri.

Più grandi perché? Perché è cambiato il mercato. O meglio, l’armatore ha cambiato pelle e desideri. La barca, dall’era Covid in poi, ha abdicato al ruolo di status symbol fine a sé stesso. È sempre più un “luogo fisico” in cui si ha il bisogno di rifugiarsi e, come tale, deve contemplare spazi e volumi adeguati. Ovviamente, il prossimo step
di NavalHEAD sarà sfondare il tetto delle 500 GT.

«Oggi molti ci chiedono di progettare barche pronte per essere IBRIDE. Non già ibride. Quindi mettiamo a punto soluzioni modulari che permettano di poter adottare in qualunque momento tale motorizzazione SENZA DOVER STRAVOLGERE TUTTO».

Quindi? Quindi ci siamo strutturati per affrontare temi più complessi. Attenzione: non ho detto “più difficili”. Spesso si cade nell’errore di ritenere che le problematiche progettuali siano direttamente proporzionali alle dimensioni di uno yacht. Non è così. Ad ogni modo, abbiamo rafforzato l’organico e aperto un hub strategico a Viareggio, un polo complementare all’headquarter di Trieste, nonché fucina di talenti.

 

Di quali barche “più grandi” parliamo? Nel 2024 aveva accennato a una collaborazione con Ocean Alexander e il gruppo Azimut Benetti. Qualche dettaglio, di grazia? Per il cantiere taiwanese, con Giorgio M. Cassetta abbiamo sviluppato tutta la linea Puro. Contempla yacht di serie da 30, 35 e 40 metri destinati prevalentemente a un pubblico americano. Del 35, in soli due anni, ne abbiamo messi in acqua già 5. Con Azimut Benetti confermo la collaborazione su più progetti, non ancora ultimati, ma qui mi fermo. Posso aggiungere alla lista Tankoa, di cui però non m’è dato anticipare nulla. Con Cantiere delle Marche stiamo lavorando a un Explorer di 105 piedi della gamma Raw e con Palumbo siamo impegnati sia sul nuovo X100 Triplex, sia sul nuovo X70 Shadow.

Andrea Agrusta è un ingegnere tutto d’un pezzo, ma anche un ECCELLENTE POLLICE VERDE. Riferisce di avere, tra le altre piante, anche un roseto meraviglioso. Merito di un impianto di irrigazione che, nemmeno a dirlo,
ha progettato da sé: «È un marchingegno complicatissimo, dispendioso,
ma mi dà grandi soddisfazioni»
.

Ha citato cantieri enormi, di acclarata fama. Come dicevo, ci siamo strutturati proprio per essere pronti a collaborazioni importanti, che si tratti di realtà italiane o internazionali. La nostra visione nell’ultimo quinquennio è aumentata in modo esponenziale. Siamo in grado di offrire un pacchetto completamente integrato di architettura navale e ingegneria. Noi cresciamo insieme ai nostri committenti. È un percorso sfidante, foriero di soddisfazioni. E conferme. Chi ci sceglie la prima volta ritorna sempre.

In che cosa ritiene che NavalHEAD sia pioniera? Senza dubbio nello sviluppo di soluzioni idrodinamiche avanzate. Già più di dieci anni fa abbiamo introdotto nel settore del diporto le prue con bulbo a lama, che allora erano una prerogativa delle imbarcazioni militari. Più in generale, abbiamo “giocato” molto con le forme dello specchio di poppa e dei quartieri poppieri per creare dei campi di pressione capaci di migliorare l’efficienza dell’elica e di sollevare la poppa dall’acqua anche prima della planata. Fin dagli esordi abbiamo lavorato alla reale riduzione dei consumi, tema oggi caro a tutti.

A proposito di tutti, me l’ha servita su un piatto d’argento. Con un moto di timidezza e ignoranza che perdonerà, le domando: oggi questi tutti parlano in loop di carene performanti, di barche che devono necessariamente navigare. Mi scusi, ma una volta come le facevano queste benedette barche e queste benedette carene? Non crede che ci sia un’overdose narrativa sul tema? Fino agli Anni ’90 le carene dovevano essere performanti dal punto di vista della tenuta in mare, della manovrabilità, delle prestazioni, ma per ottenere questi risultati si sacrificavano gli spazi a bordo e si pagava lo scotto con potenze esorbitanti. Consumare non era un problema; la sostenibilità poi… questa sconosciuta. A partire dal 2000 qualcosa è cambiato. È cambiato soprattutto il modo di vivere la barca. Gli armatori chiedevano ai cantieri spazi sempre più generosi. Consideri che gli yacht degli Anni 2000, per l’appunto, rispetto a quelli degli Anni ’90, avevano il 30, il 40, il 50% di superficie in più. Quest’operazione, però, ha penalizzato le carene. Risultato? In acqua c’erano barche senza dubbio più godibili, ma in realtà erano vasche da bagno. Navigavano male, non erano in grado di prendere un’onda. Da qui è partita la vera sfida che continua anche oggi: tanto spazio a bordo ma con qualcosa che sott’acqua funzioni davvero, nel rispetto dell’ambiente, con un’attenzione ai consumi.

«Con il mio team siamo in grado di offrire un pacchetto completamente integrato di architettura navale e ingegneria». 

NavalHead esiste anche per questo. Certo. Però vorrei sottolineare un aspetto che fino a poco tempo fa non consideravo dirimente. Negli ultimi anni ci siamo occupati troppo di fare e troppo poco di mostrare quello che stavamo facendo. Non so se mi spiego.

Si spiega benissimo. E? Stiamo lavorando alacremente sulla nostra immagine per arrivare a un pubblico più ampio. Per comunicare al meglio con il mondo. Interverremo sul logo, potenzieremo i canali social. Metteremo mano al sito.

Mi scuserà, ma è davvero ecumenico. A misura di ingegnere. Parlo del sito, eh… Lo so. Ma prima della forma, abbiamo investito sulla sostanza. Direi che ora siamo più che pronti per dire al mondo, come si conviene, quindi con uno storytelling adeguato, chi siamo. E dove vogliamo andare.

(Andrea Agrusta – The rise of my NavalHEAD – Tratto da Barche, Agosto 2026)

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