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"Nel ricordo di Alessandro Risolo"

Alfani, parole in libertà. Con qualche eccezione

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(di Olimpia De Casa)

È un fiume in piena. O, meglio, un mare agitato, visto che all’acqua dolce preferisce di gran lunga quella salata. Agitato, non mescolato, perchè come insegna James Bond, il cocktail, che in questo caso coincide con il dialogo, è franco, scevro da “ruffianerie” di circostanza. Rimandando il Vesper Martini a fine giornata, il sapore dell’incontro è autentico, piacevole, a tratti sorprendente. Capisco ad esempio immediatamente che, quanto a parlantina, mi darà del filo da torcere. E pensato da me (chi mi conosce potrebbe ritenerlo impossibile), che del favellare ad oltranza sono maestra, è tutto dire.
Comprendo altrettanto in fretta che, se voglio sperare di portare a casa il risultato, devo abbandonare subito l’arma delle domande dirette e, soprattutto, di quelle retoriche. Con Marino Alfani, la mia sarebbe una sconfitta a tavolino. A tenere le fila dell’intervista, con estrema naturalezza e spontaneità, è proprio lui, che va esattamente dove vuole andare, con tutte le parentesi e gli indugi del caso.

Classe 1982, Laurea in Architettura e Master in Yacht Design conseguiti a pieni voti al Politecnico di Milano, mette le mani avanti, scusandosi per la sua predisposizione a divagare: «Sono estremamente prolisso, finiamo l’intervista che sai tutto di me e anche di mia sorella». È questo il primo di una lunga serie di riferimenti che, nel corso di due ore abbondanti di amabile chiacchierata, riserva alla sua famiglia. I colori e i tratti, del viso e del carattere, tradiscono la genuinità e la solarità delle origini campane dei genitori, entrambi di Napoli. Lui, invece, nasce e cresce nella bassa bergamasca e a Bergamo, bassa, ha il suo studio: «La città alta è bellissima, ma non più da viverci. È diventata come Venezia: richiama turisti mordi e fuggi e su di loro si è tarata. È rimasto solo qualche negozietto, ma se hai bisogno di un limone fatichi a trovarlo, se hai sete ti occorrono quattro euro per una bottiglia d’acqua. Per il resto, solo ristorazione, per ogni gusto e palato. Poi, per carità, ha palazzi e dimore stupende. Non ha il mare, però!». Una constatazione lapalissiana che in quel “però” aggiunge molto. Intervengo allora accennando agli splendidi laghi a un tiro di schioppo, ma il mio intento consolatorio si infrange sul nascere. «Il lago con tutta la sua malinconia – si affretta a precisare – non mi piace. Amo l’acqua salata. Frequento il mare sin da bambino, le mie estati erano in barca, con i miei. Con mio padre condivido anche la passione per il modellismo, ereditata a sua volta da mio nonno. Costruivano velieri, ma non quelli delle scatole di montaggio, lo facevano artigianalmente. Papà aveva imparato a scegliere i tronchi, li scavava e rubava gli arredi della casa delle bambole della sorella per trasferirli nel suo modello. Ho ereditato da lui questo interesse».
E quello per la progettazione? «Amo la pittura, Salvador Dalí in particolare, e mi piace disegnare, mi è sempre piaciuto, mi rilassa. Prediligo il disegno, più che il design, che ha un significato completamente diverso. Oggi il termine design è inflazionato e, soprattutto, usato spesso a sproposito, come sinonimo di “figo”. In realtà, è esattamente il contrario perchè la nascita del design ha favorito il processo industriale, la produzione seriale, non quella elitaria, per pochi. Dire “Ho comprato una sedia di design” non significa niente. Anche sulla scelta delle parole ci sarebbe molto da dire, ma finirei col divagare. Ti avevo avvisata: è un mio difetto. Ne ho un altro, non sono un velista». In che senso difetto? «Per molti, essere motorista è un difetto. Non ho mai compreso questo “odio”, oltretutto anche da parte di chi velista non è mai stato. Resta comunque una diatriba radicata».
Nel quadro d’insieme della sua carriera professionale non rientrano, in effetti, progetti di barche a vela. “Solo” unità a motore, tante. «Oltre cento, tra concept e costruite. Le imbarcazioni a vela sono belle, ma per usarle, per godersele, occorre avere molto tempo. Oltre al vincolo per il fruitore c’è poi quello imposto dalla forma/funzione del mezzo. Mi spiego meglio: la barca a vela è bella di suo, pulita, filante, senza sovrastrutture. Gli orpelli non servono, anzi disturbano. Dal punto di vista del design non è richiesto un gran lavoro, puoi disegnare gli interni, certo, ma non ti puoi inventare tanto di più. Nel progetto di un’unità a motore c’è molto più lavoro di design e, infatti, sono mediamente molto più brutte. Il mondo è pieno di cose orrende perchè c’è gente che le compra».

Derogo alla promessa iniziale e provo a incalzarlo chiedendogli dei suoi lavori, di sbilanciarsi su quello del “cuore”, o su quello più travagliato o, se preferisce, sulla domanda a piacere che, con Alfani, può essere “pericolosissima”.
«Vogliamo ridare un po’ di credibilità a questo meraviglioso settore? Smettiamola di scrivere che le barche provate sono tutte belle, con “soluzioni di design” all’avanguardia e che navigano bene, quando non benissimo. Ce ne sarà qualcuna riuscita non dico male, ma con qualche difetto? Vogliamo raccontare che la barca ci è piaciuta, ma che contro quel T-Top ho dato una testata perchè troppo inclinato? Magari perchè tarato sulla mia (poca) altezza e non su quella di un uomo di media/alta statura? Vogliamo smetterla di parlare/scrivere in funzione dell’investimento pubblicitario? Credo che l’attendibilità e l’autorevolezza di un giornalista si misurino proprio in relazione a ciò che dice e spiega ai lettori, non in base a ciò che omette o mistifica in ossequio alla legge del “do ut des”. Un’altra preghiera: possiamo evitare di ricorrere, sempre e comunque, al termine lusso come parolina magica sinonimo di segno di distinzione? Detesto l’utilizzo smodato del termine anche perchè oggi, a differenza di un tempo, il concetto di lusso richiama, almeno a me, quello di volgare, sfrontato, figlio del vil denaro». Se la massima “presenti esclusi” è ancora in voga, mi appello a questa e mi limito ad annuire. L’intervento a gamba tesa, in realtà, mi pare non solo condivisibile, ma estremamente franco e sacrosanto, anche perchè a esprimere il pensiero è uno le cui barche vengono provate e raccontate da colleghi titolati a dare giudizi di merito per offrire ai lettori/consumatori nautici un’informazione rispettosa e puntuale.

Nel lungo elenco di collaborazioni avviate nel tempo da Alfani figurano nomi importanti della produzione nautica italiana ed estera. Ne cito alcuni: Rio Yachts, Rose Island, Ecoline Marine, Dariel Yacht, Castoldi Jet Tender, Baumarine, Imago Yachts, Cantieri Estensi, I.C. Yacht, IconCraft, Sedna Yachts, Cimitarra, Abbate Primatist. Ce ne sono e ce ne sono stati molti altri.
«Il primo progetto è stato per i Cantieri Pelagos di Livorno, un nome per i più sconosciuto, anche perchè oggi non esiste più. Era una barca in legno di 24 metri di grande eleganza, a cui si dedicava un bravissimo maestro d’ascia. È l’imbarcazione che probabilmente comprerei oggi. All’epoca, invece, ero un 25enne appena uscito dal mondo del Master, un concettuale, un sognatore, innamorato della ricerca progettuale. Guardavo i Cigarette, i Baia, le barche aperte con la prua lunga, da condurre con gli occhiali da sole e con il viso coperto dal grasso di foca per sfrecciare a 50 nodi. Diciamo che il sogno di allora sarebbe stato quello di iniziare la carriera con il progetto di una barca di quel tipo. Gli open mi piacciono tutt’ora. Per me la barca è aperta». Da quel primo lavoro a oggi di acqua sotto i ponti nella vita professionale di Alfani ne è passata tanta.
«La passione per la ricerca progettuale non si è mai sopita e mi ha consentito di dedicarmi a concept e progetti di cui sono molto orgoglioso. Da quello della “nave ospedale” (con cui Alfani, nel 2012, ha vinto il MYDA – Millennium Yacht Design Award, ndr) a quello della prima motovedetta ibrida “fashion” per la Guardia di Finanza, sviluppata grazie alla tecnologia di cui disponeva Ecoline Marine dell’ing. Fausto Colombi».
Che fine ha fatto il concept della “nave ospedale”? È rimasto tale o ci sono novità?
«Lo stiamo sviluppando adesso. In dieci anni tondi non ne è passato uno senza che io abbia ricevuto manifestazioni di interesse al progetto che poi, però, si è sempre fermato per la sua complessità. Racchiude criticità, che non riguardano l’aspetto nautico ma quello ospedaliero, che sto affrontando insieme all’ex primario del Pronto Soccorso dell’Ospedale di Bergamo, oggi in pensione, entrando nel dettaglio degli aspetti legati soprattutto a logistica e allestimenti. In questo momento siamo concentrati sulla parte ingegneristica e idrodinamica e sulla parziale modifica delle forme iniziali per rispondere a tutta una serie di necessità legate anche all’incognita cliente. Costruirla è l’ultimo dei problemi: a Bergamo ci sono tanti industriali che potrebbero finanziare la realizzazione senza intaccare i propri bilanci aziendali. Ma, una volta finita, a chi la dai? Come l’allestisci? Per farci i vaccini, gli interventi specialistici, il primo soccorso? L’idea di base è quindi adesso quella di proporre un progetto pilota, una piattaforma generica, che può essere allestita in qualsiasi modo, e di offrire sostanzialmente il progetto. Pensiamo di presentarlo a Buenos Aires in occasione di Expo 2023. Ovviamente lo faremo come Paese Italia, non come Marino Alfani vincitore della nuova sezione Dream Boats del Myda 2012, che aveva per tema una realtà futuribile».
Modellissimo a parte, come matura la passione per le barche?
«Nasce da bambino, da quando avevo 6 anni e seguivo papà, i sabati e le domeniche mattina, da Rio, dagli stampatori e allestitori che stavano lavorando alla sua barca. Oggi quella barca è d’epoca ma allora era quella con cui lui e noi abbiamo trascorso le nostre giornate in mare. Associo alle visite in cantiere l’odore della resina e quello della benzina, appartengono a me, alla mia infanzia».
La collaborazione con Rio Yachts era già scritta…
«Rio è un brand storico straordinario con cui ho iniziato a progettare 12 anni fa. Il primo disegno è stato quello del Rio Espera 34. Per me è un vanto collaborare con Rio, un orgoglio lavorare per Piergiorgio Scarani, una persona splendida, un Signore, uno dei pochi nella nautica, insieme all’ing. Fabio Rosa di Rose Island e non molti altri».

Marino Alfani ha una barca?
«Avevo una barca, poi ho avuto i figli e ho dovuto venderla. Era un barchino piccolo, un Rio. È stata la mia prima parcella. Desideravo una barca, loro ce l’avevano e volevano un progetto, io ce l’avevo. Non sapevo quanto chiedere, non sapevano quanto riconoscermi. Avevano lì questa barca e me l’hanno data. Il mio terzo figlio ama le barche, impazzisce per loro. La barca evoca libertà. Ai bambini piacciono perchè per loro significano autonomia, indipendenza, contatto con la natura. Salvo rare eccezioni, non hanno ancora sviluppato il concetto di lusso. Su qualsiasi barca li metti sono contenti. Anzi, forse si divertono di più su una canoa che su uno yacht. Non so quale meccanismo scatti, forse è perchè quando siamo nella pancia della mamma siamo dentro l’acqua… Sta di fatto che l’oggetto barca mi fa pensare a qualcosa di puro, pulito, lontano dal denaro che, invece, finisce per sporcare molto, anche quello sguardo a perdita d’occhio che la navigazione in mare aperto ti consente. Morirò povero, lo so».
Se sangue non mente, mi vien da dire che il terzogenito sia un piccolo Marino…
«Sì, però è alto e biondo. Un piccolo Marino solo nel carattere. Spero che da grande non segua le orme del padre, ma quelle dei nonni. Mi auguro che faccia l’avvocato».
Strano, di solito ai padri lusinga che i figli percorrano la loro stessa strada…
«Ho vissuto per venti anni ritenendomi la pecora nera della famiglia. Un figlio di giuristi, di avvocati da generazioni, che disegna barche… Poi, quest’anno, a 39 anni, scopro che mio nonno paterno aveva un gozzo custom di dieci metri, progettato da suo fratello, che era ingegnere navale, con cui mio papà andava in vacanza con mio nonno. Capisci che quell’ansia, quel disagio tutto mio, dato anche dall’aver abbandonato il Liceo Classico per il più accessibile Artistico, sarebbero potuti svanire prima se solo avessi saputo di questa storia famigliare, di un prozio che faceva barche? Poi, per carità, mi sono salvato in calcio d’angolo all’Università e al Master. Tu, però, questo non scriverlo».
Dire a un giornalista “questo non scriverlo” è come, per rimanere nel mondo dei piccoli, dire a un bambino “questo non si fa!”, senza spiegargli il perchè…
A proposito di mondi senza filtri, il Marino padre e yacht designer ha ancora dei sogni da realizzare?
«Tantissimi, sia da un punto di vista umano sia sul fronte professionale. Sono molto irrisolto: in questo preciso momento conto i fallimenti, non ancora i successi. Ma tu, questo, non scriverlo».
Alzo bandiera bianca, è giunta l’ora del Vesper Martini, naturalmente agitato, non mescolato!

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