Mamma mi chiudi la porta?

Comments (0) Onde anomale

(di Chiara Risolo)

E niente, il momento è arrivato: «Mamma mi chiudi la porta?». È una di quelle frasi che meriterebbe di essere scritta tutta attaccata in modo da risultare facilmente rintracciabile in qualche Treccani alla lettera M. Sarebbe rassicurante studiarne il significato prima di doverci fare i conti. Un po’ di teoria edulcora pratica. E invece no, arriva dritta come una freccia scoccata da Lars Andersen. Si pianta lì, nelle orecchie, una shakeratina cerebrale e giù fino al cuore. Che prontamente sanguina perché l’esegesi è presto detta. Mamma: tu che mi hai messa al mondo ma non sei me. Mi: diabolico pronome che non lascia dubbi sulle parti in causa. Chiudi la porta: fai qualcosa di concreto che separi il mio mondo dal tuo.
Ma come? Siamo impazziti? Io sono quella che fino a ieri ti ha guarnita di pasta Fissan nemmeno fossi una torta nuziale a sette piani. Io sono quella che tutte le mattine riesce a moltiplicare i minuti per farti sognare un po’ di più. Io sono quella che assume, senza lamentarsi mai, pose da contorsionista per ripararti dal sole, dalla pioggia. Dal dolore. Allora benvenute mamme, les jeux sont faits. Ma io non ci credo. Chiedo delucidazioni alla zia che è un’eccellente psicologa «Cinzia, la bimba ha otto anni. A questa età dovrebbe implorare di tenere la porta aperta, ancestrale antifurto scaccia mostri». Con sopracciglio sollevato, senza scomodare troppo la sua professione, butta sul piatto un «Cara mia, sono i nostri 14. Questa generazione ha un propellente sotto pelle».
Vorrei morire, ma la medicina moderna mi dice che, salvo imprevisti, dovrei campare ancora un po’, quindi non mi resta che prendere coscienza di un fatto: se fino a ieri la vita di mia figlia scorreva con me, ora scorre anche nonostante me. Due banali preposizioni che sparigliano le carte e seminano panico latente.
Eppure, questa inattesa epifania di sentimenti consente parecchie riflessioni. I figli sono un liquido di contrasto: sanno sempre se sei positivo o negativo al tuo passato. Io, mia madre che faceva irruzione in camera proprio mentre credevo di essere Alex di Flashdance, davvero non la sopportavo. Era una specie di blackout durante il concerto dei Duran Duran. Una mitragliata all’intimità. Un attacco terroristico alla fantasia. Ma un figlio smussa, leviga, districa. È un balsamo naturale: la porta chiusa di mia figlia oggi, mi consente di fare pace con quella che apriva mia madre un tempo. Di capire. Cambiano i beniamini, probabilmente Ginevra chiusa nella sua stanza immagina di essere Soy Luna (Flashdance è preistoria), ma non cambia il senso: al bisogno di un genitore di occupare militarmente la vita di un figlio, corrisponde il bisogno di quest’ultimo di fargli battere la ritirata. E sia. Un interessantissimo gioco delle parti che ha bellezza da vendere se giocato su un piano di realtà e con tacite premesse di reciproco rispetto. Mi spiego: “Ormai siamo circondati da tuttologi che ci dicono di farli esprimere questi benedetti figli, perché il genio creativo che è in loro possa uscire candidamente. D’accordo, ma due cose. Punto primo, qualcuno deve spiegarmi come fa ad avere la certezza che ci sia proprio un genio là dentro. Sarò una madre impopolare ma ho provato a sfregare Ginevra e niente, è una bambina. Secondo poi, qual è il limite? Oggi le contrattazioni genitori-figli si fanno con i Giga. «Se studi, ti faccio scaricare quel video…». Ricatti tecnologici per ottenere una manciata di ovvietà. Fa un po’ paura tutto questo. Non auspico il ritorno della terrifica ciabatta volante, tantomeno del grido di battaglia di moda negli Anni ’80 e ’90 «Come ti ho fatto, ti disfo», però… però sarebbe bello riappropriarsi di un po’ di buon senso. Di ridisegnare qualche confine magari non con penne cancellabili. Oggi i bimbi a scuola usano soltanto queste. A rischio di sembrare psicopatica, ammetto che questo fatto (apparentemente insignificante) mi turba. «Se sbaglio, cancello». Quanto erano rock i quaderni massacrati da scarabocchi? Erano lì a ricordarci che si può sbagliare. Insomma non lo so, magari ho scritto cavolate, oppure qualche genitore come me si è rivisto in queste poche righe che, a dispetto della narrazione, sono un susseguirsi di punti di domanda, dubbi… Della serie, dove stiamo andando? A sbattere a testa bassa, con le mani in tasca, contro un treno? O contro un palo della luce che ci illumini destandoci da uno strisciante torpore cerebrale? Speriamo nella seconda opzione. E niente, intanto il momento è arrivato: «D’accordo, ti chiudo la porta, ma non abbassare il volume, perché voglio sentire che musica ascolti, tu».

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