Michele Parini, Maremma che piglio!

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  • Michele Parini
    Michele Parini, amministratore delegato di Austin Parker
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(di Chiara Risolo) Molto sicuro di sé. Grazie a Dio sprovvisto di quel côté che rende il genere urticante e insopportabile. Michele Parini, amministratore delegato di Austin Parker dal 2008, si racconta a Gentedimare2.0 con passo svelto e schietto tipico di… di un “maremmano”. È così che ama definirsi, nonostante sia uomo di mondo e abbia studiato in California. La laurea in Business Administration a Long Beach lo ha comunque riportato in Italia, nella sua Toscana, dove è felice di stare senza se e senza ma, in barba a chi bistratta il Belpaese accusandolo di essere allo sfascio.
In America si è fatto le ossa. Qualcuna se l’è pure rotta. L’uomo alla guida del cantiere leader nella produzione di lobster, vanta un discreto passato da halfback nel football. Una specie di gladiatore nell’arena: l’halfback sfonda la difesa avversaria con una certa energia (leggi carica violenta), consapevole che ad aspettarlo ci sono uomini che non vedono l’ora di fargli la festa, titani che pesano anche 50, 60 chili più di lui. Lo colpiranno come un tamburo, lo atterreranno. Ma poco importa, perché questo “Davide” della palla ovale sa che può contare su intuizioni, astuzia e straordinaria rapidità di movimento. Doti che certamente aiutano a finalizzare la partita. Trasferite in un’azienda, la sostanza, ça va san dire, non cambia.
Doti che fanno capo a un credo sacro e inviolabile: quello per la squadra. “Senza i miei uomini non sarei nessuno. Austin Parker è un gruppo solido, compatto. Ho la fortuna di essere circondato da professionisti. Ciascuno fa il suo senza prevaricare l’altro. Anche perché se c’è una cosa che mi manda su tutte le furie, e mi fa alzare il tono, è proprio la prepotenza del lei-non-sa-chi-sono-io. Non ci sono anelli deboli o anelli meno dignitosi di altri, c’è un’unica catena e si lavora tutti perché funzioni”, dice.
Insomma, schiena dritta e idee chiare, figlie anche della disciplina appresa nell’Arma dei Carabinieri e in quel fast food di Los Angeles dove Parini ha svuotato centinaia e centinaia di vassoi per mantenersi gli studi e qualche capriccio.
Fermamente convinto che la crisi economica abbia fatto bene alla nautica, ammette: “Seppur con qualche scossone, sono rimasti in piedi i cantieri degni di essere definiti tali, quelli con storia e struttura, capacità di innovare. Sono rimasti a galla gli armatori autentici, quelli che non comprano una barca per il mero gusto di possedere un oggetto di lusso, ma perché amano davvero il prodotto e il mare. La crisi ha fatto selezione. Ha portato quella ventata di sana razionalità che negli anni cosiddetti d’oro mancava”.
Parini è anche convinto del fatto che Genova sia una piazza insostituibile quando si parla di Salone Nautico in Italia. “Non lo penso soltanto per ragioni storiche. Anche se è chiaro che quasi 60 anni di rassegne hanno un enorme valore. Genova ha infrastrutture invidiabili. Ha un porto, un aeroporto, ferrovie, alberghi…. In Italia non c’è un’altra città con questo potenziale”. E Viareggio? “A Viareggio si fa fatica anche a parcheggiare un’automobile… le lascio immaginare il resto”. La risposta sembra chiarire la sua posizione in merito ai contrasti tra Ucina e Nautica Italiana. E invece no. Parini non fa ironia da bar e ne ha (cordialmente) per tutti. “Non ci sono vittime, non ci sono carnefici. Non ci sono i buoni, non ci sono i cattivi. Personalmente credo che la frattura tra le due associazioni non faccia bene alla nautica in generale, soprattutto dopo la crisi, momento delicatissimo in cui sarebbe stata cosa buona e giusta essere più che mai compatti. Detto ciò, ritengo che sia successo questo: la nautica è stata portata avanti da manager molto capaci che però hanno in qualche misura monopolizzato l’associazione (Ucina). Quando altri hanno provato a dire la loro, si sono trovati davanti un muro. Ha giocato soltanto chi aveva già la palla”. C’è modo di passarla o è troppo tardi ? “Ci vorrebbero buon senso e diplomazia: i piccoli dovrebbero fare un passo indietro nei confronti di chi ha portato la nautica a livelli così importanti nel mondo, riconoscerne l’autorevolezza. I grandi, dal canto loro, dovrebbero ascoltare le necessità e le prospettive dei piccoli. Basterebbe, in altre parole, che le due associazioni riconoscessero reciprocamente i punti di forza. Sono molti. È un peccato che ciò non avvenga”.
Saggio e “molto empatico“. Parini riconosce nell’empatia la sua miglior dote. “Se comprendi chi hai di fronte, è fatta”, sentenzia. “Bisogna saper ascoltare e noi in Austin Parker lo facciamo molto bene. Questo è il motivo per cui non abbiamo mai avuto un problema nella post vendita per esempio. La barca non è un bene necessario per la sopravvivenza. Chi la vuole ha il diritto di mettere nero su bianco il suo sogno. Noi abbiamo il dovere di realizzarlo. Il bello della nautica è anche questo: creare e non industrializzare”.
Parini gioca la sua palla tutti i giorni, cercando di guadagnare yard. I 35, 44, 48 e 74 piedi in lavorazione sono “touchdown garantiti”, parola di amministratore delegato.
“L’errore ci può stare, per carità. Io dico che sbaglia chi lavora. Soltanto chi non fa non ha questo problema evidentemente. Ciò che conta è essere sereni con se stessi”. Lei lo è? “Molto. La serenità è il vero lusso che ognuno di noi può permettersi, oltre a un po’ di sano tempo libero”. Che occupa in che modo? “Jogging, mi piace la corsa”. Capisco, lei sarà uno di quelli  scarpette tecniche, orologio conta passi, calorie, battito cardiaco…iPhone al braccio… “Ma nemmeno per sogno. Niente di tutto ciò. Sono un maremmano, ricorda?”.

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