Porti turistici, la Consulta limita i danni

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Marina Cala de' Medici

Per la Corte Costituzionale la norma che prevede l’aumento retroattivo dei canoni demaniali sui porti turistici è legittima ma, chiariscono subito i supremi giudici, “i valori tabellari dovranno essere applicati sulle consistenze al momento dell’atto della concessione”. Una vittoria a metà, o meglio un compromesso per gli operatori del settore, che fino all’ultimo hanno sperato che la Consulta li liberasse dalle catene della retroattività.
Breve premessa. Che l’Italia sia il Paese più litigioso del mondo non è una novità. Che sia uno Stato di Diritto (a parole) lo sanno anche i bambini. Che il potere legislativo sia incapace di produrre leggi efficaci che tengano conto delle esigenze dei cittadini e delle imprese, è persino ovvio più che scontato. Non meravigliamoci, quindi, se molte delle leggi approvate dal Parlamento e promulgate dal Capo dello Stato finiscono spesso davanti ai giudici (vedi legge elettorale). I quali colmano i colpevoli vuoti lasciati dalla politica e legiferano a loro volta emanando sentenze. Infallibili, a detta di alcuni costituzionalisti. Ma forse così non è. Perché la politica entra anche nelle ovattate stanze del Palazzo della Consulta. E non certo dalle finestre.
In un comunicato congiunto Ucina Confindustria NauticaAssomarinasAssonat, associazioni che si sono costituite davanti alla Corte Costituzionale e che da circa dieci anni combattono questa battaglia, nonostante tutto esprimono una certa soddisfazione: “La Corte – il commento a caldo di Carla Demaria, presidente Ucina – ha risposto con un’interpretazione costituzionalmente corretta della disposizione di legge che impone ai giudici amministrativi di considerare la natura e le caratteristiche dei beni oggetto della concessione, evitando l’applicazione generalizzata degli aumenti dei canoni legati ai valori immobiliari. I porti turistici interessati potranno far valere questo principio nei giudizi di fronte ai Tar e al Consiglio di Stato, finalizzati alla corretta ridefinizione dei canoni”.
I giudici della Consulta, infatti, sostengono che “un’interpretazione costituzionalmente corretta della disposizione in esame impone la necessità di considerare la natura e le caratteristiche dei beni oggetto di concessione, quali erano all’avvio del rapporto concessorio, nonché delle modifiche successivamente intervenute a cura e spese dell’amministrazione concedente. Mentre con riferimento agli aumenti dei canoni tabellari (art. 03, comma 1, lettera b, n. 1, del d.l. n. 400 del 1993) valgono i principi affermati nella sentenza n. 302 del 2010, viceversa va esclusa l’applicabilità dei nuovi criteri commisurati al valore di mercato alle concessioni non ancora scadute che prevedano la realizzazione di impianti ed infrastrutture da parte del concessionario, ivi incluse quelle rilasciate prima del 2007”.
Tuttavia, per Roberto Perocchio, il presidente di Assomarinas che fa capo a Federturismo-Confindustria, interpellato da Gentedimare2.0 subito dopo la sentenza, “questa soluzione ci costringe a continuare la battaglia nelle aule della giustizia amministrativa, anche se allo stesso tempo indica chiaramente al Consiglio di Stato e ai vari Tar regionali come gestire i procedimenti in corso, poiché i costruttori di porti turistici hanno ricevuto dallo Stato una semplice area inutilizzabile sulla quale poi è stato realizzato il porto turistico. Correttamente, quindi, la Corte Suprema indica alle autorità preposte che i canoni tabellari vanno applicati in base allo spazio acqueo vuoto sul quale la struttura è stata realizzata. Sostanzialmente, tuttavia, non è consentito di mantenere il canone ai livelli stabiliti nel contratto di concessione, prefissato, preconcordato e con una indicizzazione predefinita negli anni. Ma è altrettanto chiaro che la norma oggetto del contendere ha indubbiamente violato questi accordi. A mio parere la sentenza è un compromesso che potrebbe rappresentare un pericolo per tutti gli investitori che fanno dei porti turistici il proprio business, perché dimostra che gli accordi stipulati dai privati con lo Stato, compresi i relativi piani finanziari, sono sempre a rischio”.
Che lo Stato sia inaffidabile?

AR

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