Agroppi: il mio mare? Un gol alla depressione

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Aldo Agroppi

(di Chiara Risolo) È il 26 marzo del 1972. Al Comunale di Torino si gioca il derby scudetto Toro-Juve. Un giovanotto, al 19′ del secondo tempo, segna la rete che timbra il sorpasso dei Granata sui bianconeri di Vycpálek.
La mattina dopo, sotto casa, ad attenderlo una Bmw 3000 Csi, la macchina dei suoi sogni. “Segna il gol della vittoria e sarà tua”, gli aveva sussurrato un dirigente. Detto, fatto. Rete, gas.
Il giovanotto è Aldo Agroppi. Classe 44, piombinese puro sangue, ex calciatore, ex allenatore, ex opinionista (forse ex), acerrimo nemico della Vecchia Signora, polemico per natura. Ironico. Graffiante. Sempre incazzato.
L’ho incontrato, per caso, un giorno d’estate nel centro di Piombino: ma lei è Agroppi! “E tu sei ganza”, dice lui. Dopo quattro chiacchiere ci salutiamo come vecchi amici e decidiamo di rivederci per un’intervista. Lo avverto: mister sono juventina, è giusto che lei lo sappia. Mi liquida con un “Peggio per te”. Bene.
Ora: che diavolo “ci incastra” (come dicono da queste parti) uno che per guadagnarsi la pagnotta ha usato i piedi e gesticolato come un pazzo da una panchina, con un giornale come questo che racconta di barche e di gente che va per mare?
Ci incastra parecchio. Anche se… Anche se Agroppi non ha una barca, nemmeno una bagnarola di plastica, e non ambisce ad averla. Non è un pescatore. Non è neppure un grande nuotatore a dirla tutta. Nei mesi più caldi, poi, dal mare si tiene anche a debita distanza. E allora? E allora funziona così: il mare per lui è una cura. La cura a quella bestia infame che di nome fa depressione e di cognome pure.
Me ne parla, dentro il suo abito nero, al tavolino di un bar della sua amata Piombino. Il suo male di vivere è tutto lì. Spalancato. Trivellato da colpi di lucida (e amara) consapevolezza. Steso come bianche lenzuola prese a schiaffi dalla tramontana. Nei momenti di silenzio a far rumore ci pensano i suoi occhi.
Mister, le devo confessare una cosa. Non vorrei sembrarle indiscreta, ma le sue lenti scure non servono a un bel niente. I suoi occhi sono umidi. Io li vedo… “Mia cara, sono depresso, quindi malato, perché la depressione è una malattia”, tuona. Un’ammissione che arriva dritta al cuore, un cross teso, calciato di collo pieno, che frantuma lo specchio della porta. Un maledetto assist servito 35 anni fa.
“Ne soffro da tanto tempo. Anche se la gente che mi conosce si rifiuta di credere che sia vero, perché io sono Aldo, sono il mister, ho la battuta sempre pronta”.
Racconta di non aver sopportato le pressioni cui è sottoposto un allenatore: “Non mi divertivo mai, nemmeno quando vincevamo. Da calciatore fai i conti con te stesso: sei bravo, giochi, non sei bravo, panchina. Da mister, invece, hai la responsabilità di una squadra, devi incastrare tutti i tasselli di un puzzle difficilissimo. Un dannato rompicapo. Prova a vivere tu dieci anni con questa spada di Damocle sulla testa”.
Il mare si diceva. La cura. “Trascorro molto tempo seduto su una panchina a Calamoresca. Questo è un luogo magico da cui posso vedere l’isola d’Elba, Cerboli, Montecristo, la Corsica… e davanti a questa lastra infinita io divento nostalgico. La malinconia accende d’incanto i ricordi. Ricordare mi fa stare bene. La mia tristezza e la mia sofferenza diventano più lievi, sopportabili”, racconta.
Che cosa ricorda mister? “La mia gioventù, i miei genitori, mio fratello scomparso alla giovane età di 22 anni per leucemia. Ricordo piazza Bovio, il luogo dove ho incontrato mia moglie, una donna a cinque stelle, e dove ho passato il miglior tempo della mia vita con gli amici. Il tempo in cui non avevo niente eppure tutto. I tortelli la domenica, i calzoni corti anche quando faceva freddo”.
Il mare per Agroppi è “un compagno di vita affettuoso“, “un amico fidato con cui parlare. C’è sempre, da sempre. Il mare non ti chiede. Nemmeno un soldo. Il mare rende tutto più bello, perfino Chiellini” (e sia, gliela concediamo).
Questo mare però, e nessun altro. Aldo si definisce un “toscano di scoglio“, diverso da quello di rena. Cioè? “Come il mare di scoglio io sono cristallino, pulito, autentico. Vai a guardare il mare di Viareggio e poi dimmi…” (ci sta di casa Marcello Lippi. Concediamogli anche questa…).
“Il mio essere di scoglio ha fatto sì che nessuno mi chiami più in tivù a esprimere opinioni in merito al calcio”. Spieghi meglio per favore. “Perché io dico la verità. Sono inconfutabile. Io parlo soltanto se so. E di calcio ne so parecchio. Sai quanti presidenti sono andati a rileggersi le mie dichiarazioni alla ricerca di estremi per querelarmi? Ecco, non mi ha mai querelato nessuno. Io parlo con cognizione di causa. Conosco i fatti punto”.
Disgustato dalla società, oggi conduce una vita molto ritirata, scandita da momenti di pace offerti a costo zero dal suo grande amico, il mare.
Prima di salutarlo gli chiedo se davvero non ci sia qualcosa capace di riportarlo in vita. Un qualche defibrillatore di emozioni. “No, non c’è niente”. È granitico. In silenzio, come un gentiluomo, mi riaccompagna alla macchina. Si allontana. Con le mani in tasca. Il suo abito nero. Le lenti scure che non servono a niente. Fino a scomparire.

 

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