Tua Rita, cazza la randa e stappa un Redigaffi

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(di Chiara Risolo) “Due non è il doppio, ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza”. Sono parole dello scrittore Erri De Luca. Mi sono venute in mente dopo aver intervistato Simena Bisti e Stefano Frascolla. Loro sono indiscutibilmente due. Occorre giusto un grammo di sensibilità per comprendere come questa unione voli molto più in alto di una spicciola promessa d’amore eterno.
Saldamente al timone della vita di coppia dal 1981, Stefano e Simena sono marito e moglie. Sono “soci” in affari. Sono alleanza. Sulla terra e per mare.
Proprio così. Gente di terra che fa vino, “vin de garage” direbbe chi se ne intende. Madame et monsieur sono a capo di Tua Rita, azienda della Val di Cornia (fondata nei primi anni Ottanta dai genitori di lei, Rita e Virgilio) che esporta etichette in tutto il mondo. Redigaffi vi dice qualcosa? È il primo e unico vino italiano ad aver ottenuto 100 punti su 100 dall’imperatore Robert Parker, il critico più potente (e decisivo) del pianeta.
Simena e Stefano sono anche gente di mare. Navigano a bordo della loro Hanse 47, battezzata Clu Race, non appena possono: “Cinquanta, sessanta volte l’anno”, raccontano.
In realtà parla molto di più lui, e lei non lo interrompe. Mai. La sensazione è questa: Simena direbbe le stesse cose. È come se tra i due ci fosse un tacito e rispettoso accordo di un pensiero univoco, in ragione di una complicità straordinaria, datata ma per nulla stantia.
Anche se… tanti anni fa, una volta lei… 
Lei ha elegantemente mandato lui e la barca di allora a quel paese utilizzando l’efficacissimo e inequivocabile vaffa. “Sai che c’è? Va… te e la barca”. Come mai? “Era la nostra prima barca di proprietà, una sesta classe Ior da regata, velocissima. Si chiamava Pallina. Il giorno in cui la portammo a Piombino perché da lì a poco l’avremmo venduta, Simena la salutò proprio così. In una frase lapidaria il congedo da due anni di vela tiratissima”, ricorda lui con uno sguardo divertito (e ancora colpevole). “Per forza. Stefano era una belva – incalza lei – Io ero sempre andata per mare, ma due anni in barca così non li avevo mai fatti. Dava ordini, mi trattava come il suo marinaio. Urlava di continuo: hai sbagliato, hai sbagliatoooooo…”. E ora? Com’è in barca Stefano? “Grazioso”, dice Simena trascinando un po’ la gi e la erre. E in quel grazioso, pronunciato con un terzo di ironia, un terzo di rassegnazione e un terzo di amore, si intuisce che lo spirito competitivo di Stefano, seppur domato, sia sempre lì, a filo d’acqua, pronto a incresparsi al primo alito di vento.
“Mi viene naturale (sorride). Quando sono in mare e vedo una barca che più o meno è grande come la mia, se la distanza non è marcata, cerco sempre quella regolazione della vela che mi dia un mezzo nodo in più per passarla”. Si tratta, naturalmente, di sana competizione.
La stessa che ha portato la coppia a prendere parte all’ultima Barcolana, la grande festa del mare, la regata più affollata del Mediteranneo.
“Abbiamo deciso di imbarcarci alla volta di questa avventura con la complicità di alcuni miei vecchi compagni dell’Accademia Navale. A bordo di un 15 metri siamo arrivati quattrocentesimi, un discreto posizionamento visto il numero dei partecipanti, oltre mille e 700″.
“È stata un’esperienza unica, da ripetere – chiosa Simena entusiasta – È emozionante essere circondati da così tante barche e notare come anche chi non partecipa per vincerla, tiri comunque fuori una buona dose di spirito agonistico”.
Va detto, per amor di verità, che durante la navigazione, di qualunque natura, competitiva o meno, c’è un momento sacro e inviolabile: l’aperitivo. “Qualunque cosa si stia facendo in barca, si continua a farla certo, ma la priorità assoluta è l’organizzazione dell’aperitivo. Così è stato anche durante la Barcolana”, precisano.
Il consiglio, a questo punto, è di prendere carta e penna, perché sapere che cosa bere in barca dai Signori Tua Rita è una garanzia per chi desidera farsi una carta dei vini a bordo.
Sentiamo: “Intanto sfato subito il mito delle bollicine. Per due motivi tecnici. Le bollicine devono essere degustate in un ambiante fermo, e la barca a vela non lo è affatto. Inoltre vanno sempre servite molto fredde e, a meno che non si abbia un megayacht, durante la navigazione, la potenza del frigorifero è relativa. Quindi suggerisco sempre bianchi fermi, e anche i rossi, spesso snobbati, vanno benissimo. In barca si può bere davvero di tutto”.
C’è da fidarsi. E che cosa si mangia? “Naturalmente quello che si è pescato. Abbiamo creato piatti straordinari con piccoli pesci”. Prelibatezze che pesca la stessa Simena. Elegantissima sulla terra, si veste da mozzo e pescatore in mare. “Volendo sarebbe perfettamente in grado di condurre anche la barca, ma non ama tenere il timone. Non perde mai la lucidità, infonde sicurezza, questo anche nella vita di tutti i giorni”, confessa Stefano.
La coppia non rinuncerebbe mai a questa passione, anzi quando ho chiesto: “Lascereste mai il vostro lavoro per un giro del mondo in barca, quindi per un periodo molto lungo?”, la risposta è stata un fulmineo “Sì”, all’unisono, peraltro ancora prima di aver terminato la domanda.
Sorprende questa consapevolezza, perché Simena e Stefano sono profondamente innamorati del loro lavoro. Un mestiere che, oltretutto, si fa a terra, con la terra. In realtà basta spingere la curiosità oltre il proprio naso per comprendere che terra e mare, così diversi tra loro, sono figli della stessa madre: la natura. “Amiamo adattarci a ciò che, di fatto, non possiamo controllare. Ma che tuttavia possiamo rispettare. Il mare lo devi rispettare perché altrimenti ti tratta molto male. La terra perché è la nostra ricchezza. L’idea di metabolizzare la precarietà attraverso la passione e il rispetto dà grande gioia”.
Chapeau! Un pensiero nobile, filosofico per dire. Ma la gradevole chiacchierata deve concludersi con un pizzico di perfidia. “Facciamo un gioco. Siete in barca e avete a bordo con voi tutti i vini del mondo. Naufragio. Sulla scialuppa c’è posto soltanto per cinque bottiglie. Che cosa salvate?  “Accidenti che domanda cattiva. Dunque, certamente un Dom Pérignon Oenotheque, un Borgogna Richebourg o Grands Echezeaux, un Barolo di Vietti, un vino bianco della di Wachau, un Riesling Fx Pichler e, naturalmente, il nostro Redigaffi”. Ah ecco.

 

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