Basta peana al Codice taglia-cuci-copia-incolla

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Basta peana al Codice della Nautica

(di Antonio Risolo) Leggo e sento trionfalismi esagerati sul varo del nuovo Codice della Nautica. O meglio, della riforma del vecchio. Basta peana! Basta Te Delrium laudamus! C’è addirittura chi si spinge oltre con roboanti dichiarazioni come questa: “Finalmente si può essere orgogliosi di battere bandiera tricolore con lo stemma delle Repubbliche Marinare”.
Chi non sarebbe orgoglioso di battere bandiera italiana? Non ho la barca, ma vorrei esporre il Tricolore sul balcone di casa, come usa in America e altrove. Semplice no? Ma no! Un amico mi ha messo in guardia: “Se passa un vigile ti fa il verbale, devi pagare una tassa”. Ahi Maria, Stato patrigno. Sorvoliamo e torniamo al Codice.
Fermo restando lo straordinario successo incassato da Ucina Confindustria Nautica dopo anni di aspre battaglie e di fumate nere – non avrebbe potuto fare né ottenere di più – in realtà la riforma è nata monca, come tutte le leggi della Repubblica Italiana: mai chiare, mai certe e definitive, lasciate sempre alla libera interpretazione – talvolta alla fantasia – della magistratura civile, penale o amministrativa. Monca perché nasconde insidie punto trascurabili. Ho letto il nuovo testo e mi sono accorto che da 67 articoli si è passati a 91, cosa che di per sé la dice lunga sulla burocrazia che non molla mai la presa. Alla faccia della tanto sbandierata semplificazione della macchina pubblica.
Per evitare inesattezze – e contestazioni gratuite da parte dei soliti benpensanti – ho interpellato un esperto, capitano di lungo corso che da oltre trent’anni si occupa di normativa nautica in ambito Ue. Dunque capitano, basta peana?
“Sarebbe il caso – risponde – Perché il decreto va a modificare il vecchio Codice articolo per articolo, a mio avviso con parecchi errori. Forse colpa della fretta, dell’affanno per arrivare in tempo utile all’approvazione, formalizzata sul filo di lana. In queste ore sto studiando una complicazione a proposito del Registro telematico delle imbarcazioni da diporto che dovrebbe semplificare la burocrazia come accade nel settore automobilistico. In realtà la nuova normativa complica tutto perché richiede un documento un po’ particolare, il Cvi (certificato di costruzione-importazione, ndr), che dovrebbe essere rilasciato da Ucina Confindustria Nautica. Sto cercando ancora di capire perché l’associazione dovrebbe rilasciare un titolo già previsto dalla direttiva. Per farla breve, alcune cose buone e parecchi pasticci, difficile fare un elenco… Se proprio vogliamo piccole cose, ma fondamentali. Ad esempio: si cita il comma 4 quando, invece, si tratta del comma 3. Non è fatto bene, ecco. Il diportista normale fa molta fatica a raccapezzarsi. Seguo la complessa normativa nautica da trent’anni e le confesso che in questo periodo anch’io faccio molta fatica a realizzare un documento organico che sia leggibile. Sorvolo sulle annunciazioni perché occorre aspettare i decreti attuativi di alcuni elementi di questo nuovo Codice. Il Registro telematico, ad esempio, punta di diamante di tutto l’impianto, necessita di un regolamento che dovrebbe essere emanato entro 90 giorni. Non sono ottimista, ricordo decreti attuativi emanati dopo due anni…”.
Al di là delle considerazioni dell’esperto sulle criticità della riforma, c’è chi brinda al ritorno del Tricolore sugli yacht. “Calma, non è proprio così – aggiunge il capitano – Non ci sono elementi normativi che favoriscano il ritorno alla bandiera italiana. Soprattutto per i superyacht che cercano convenienze fiscali, non altro. L’emorragia di barche, soprattutto piccole e medie? Si iscrivono nei registri del Belgio (che continua a infischiarsene della direttive Ue, ndr) per evitare il carico di dotazioni di sicurezza, tra cui la zattera di salvataggio. Questo argomento non è stato trattato. Sembra un paradosso, ma è così. Perché la zattera costa 4mila euro oltre ai 500 euro per ogni revisione. Ripeto: sotto questo aspetto non è stato fatto niente. Ha ragione lei, basta peana ingiustificati”.
Nel frattempo, tuttavia, alcuni addetti ai lavori, personaggi che frequentano Capitanerie di PortoMotorizzazione Civile, hanno pensato bene di contattare Gentedimare2.0 per sottolineare i punti critici della normativa. Non mi sono stupito del loro stupore. Che è pure il mio dopo aver digerito peana e Te Delrium laudamus. Ecco alcune testimonianze, concetti semplici e chiari. “Prima esisteva un registro di iscrizione in ogni Capitaneria o Motorizzazione autorizzata, ora abbiamo l’Atcn (archivio telematico centrale unità da diporto), l’Ucon (ufficio conservatoria centrale unità da diporto), il Siste (sistema telematico centrale nautica da diporto) e gli Sted (sportelli telematici del diportista), il tutto istituito nel 2014, ma ancora penosamente nel limbo. Dovendo il tutto diventare diventare operativo tra sei mesi, crediamo che qualcuno abbia proprio sbagliato i conti. Continuiamo ad avere, unici al mondo, le figure del proprietario, dell’armatore e dell’utilizzatore che si accavallano e litigano tra loro”.
E ancora: “Tornano alla ribalta la stazza lorda – concetto astratto dalle machiavelliche regole che niente ha a che vedere con elementi concreti quali la lunghezza effettiva, il dislocamento o la portata effettiva – e la procura notarile per chi acquista imbarcazioni in leasing e intende immatricolarle (prima bastava una semplice firma allegando il contratto di locazione finanziaria). E poi miriadi di documenti, di abilitazioni, la guida in stato di ebbrezza in fasce orarie mutuata dal Codice della Strada, i limiti di navigazione diversi da zona a zona e tanto, tanto altro”.
Altri, invece, sottolineano una perla (da verificare) che viene definita come “la più grande cretineria”. Il simpatico interlocutore, infatti, sostiene che “tutte le unità pre-esistenti dovranno inserire nella targa, dopo la lettera D, il simbolo X. Evidentemente – aggiunge – qualcuno era in preda al delirio. Non hanno fatto altro che prendere la legge del 2005 aggiungendo qualcosa, tagliando qualcos’altro per poi rammendare di qua e di là. Insomma, improvvisando”.
“Nell’era di Internet – altro commento – quando nei Paesi più avanzati d’Europa le immatricolazioni del naviglio da diporto avvengono online, noi siamo fermi alle marche da bollo, ai versamenti postali, alle copie conformi e artifici di vario genere… Certo, qualcosa ti concedono, ma poi inseriscono virgole e qualche termine in burocratese… E sei fregato. Tutto ciò favorirà ancora le immatricolazioni verso le bandiere straniere. Dove ci si registra online, si paga una sciocchezza, ti arriva a domicilio un solo documento, soltanto un foglio, e con quello si naviga. Per ora in Italia è ancora tutto fermo in attesa dei decreti attuativi”.
Senza scordare lo spinoso dossier canoni demaniali slittato alla prossima legislatura, secondo consolidato malcostume parlamentare. Infatti, infischiandosene della sentenza della Corte Costituzionale, governo, Parlamento e commissioni varie hanno dimenticato di inserire nella legge di bilancio l’emendamento per la “non applicazione retroattiva degli aumenti dei canoni stabiliti dalla Finanziaria 2007 alle concessioni già in essere a quella data”.
In effetti è un po’ poco dopo la proclamazione dello Stato di Polizia Fiscale imposto dal famigerato governo Monti con il decreto Salva Italia del 6 dicembre 2011. Una vera e propria  dichiarazione di guerra contro tutti gli italiani: ricchi, ceto medio, poveri, pensionati. E contro la sacrosanta dignità del popolo sovrano. Roba da Corte Marziale. In particolare, con l’accanimento scientifico nei confronti dei diportisti, partì la caccia alle streghe con gli spettacolari blitz della Guardia di Finanza nei porti, a Cortina, in Versilia, in Romagna. In nome dell’assurda equazione: “Se hai la barca sei un evasore”. Risultato: nonostante il grande flop (ridicoli recuperi di imposte), l’Innominato mise in ginocchio tutta la filiera: dai cantieri – zero vendite – all’indotto, fino ai porti turistici dai quali sparirono in un batter d’occhio 42mila barche. E sparirono pure due terzi dei posti di lavoro. Dopo un simile capolavoro di rilancio dell’economia nazionale, il settore della nautica da diporto avrebbe meritato più rispetto, o qualcosa in più di una semplice riforma rabberciata.
Basta peana, quindi. Meglio un sano Te Deum (Padreterno pensaci tu) che un Te Delrium di circostanza.

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2 Responses to Basta peana al Codice taglia-cuci-copia-incolla

  1. Gianenrico ha detto:

    Buongiorno e ben scoperti.
    Vi ho trovato tramite Linkedin e volevo congratularmi per il primo articolo sul NCD non prostrato in adorazione degli estensori che mi capita di leggere.

    In particolare volevo approfondire due temi:

    le “nuove” immatricolazioni che richiederanno l’applicazione sugli scafi di DUE “X” (una per murata) su 110.000 barche al costo di 5 € a lettera (2.200.000 € per “qualcuno”, di certo membro UCINA), oltre a 110.000 marche da bollo da 16,32 € per chiedere alla C.P. di iscrizione l’aggiornamento della licenza di navigazione ( e sono altri 1.8 milioni di euro sottratti agli utenti PER NULLA: bastava prevedere che il nuovo numero di targa avesse tanti zeri a sinistra quanti servissero e il problema…non si sarebbe posto, per cui non sarebbe stato necessario “inventarsi” una soluzione.

    Il secondo riguarda il combinato disposto dell’obbligo (futuro senza indicazione di quale tecnologia/strumento da utilizzaare) per il segnalamento di MOB e la contestuale introduzione dell’obbligo di arresto AUTOMATICO dei motori: coì non riescono a recuperare il MOB.

    Infine, nulla di cambiato per la cervellotica norma ISO Italia per le zattere che implica la revisione biennale anzichè triennale o quadriennale, per barche che navigano in Mediterraneo dove il tempo di recupero è di 24 ore ed il peso in più delle dotazioni deperibili (acqua, “biscotto”) non compensa la fatica al momento di doverla lanciare nè il “confort” dei naufraghi che 24 senza acqua e in condizioni di stress/shock possono sopravvivere.

    Grazie a continuate a essere dalla parte del buon senso e, quindi, degli utenti.

    • Antonio Risolo ha detto:

      Buongiorno, grazie e bentrovato,
      non essendo un esperto di normative nautiche internazionali, mi sono affidato alle conoscenze di un grande esperto in materia. Purtroppo qualcuno ha interpretato il mio articolo come un attacco a Ucina Confindustria Nautica. Mi dispiace, ma non è così. L’associazione confindustriale ha fatto il possibile, non avrebbe potuto ottenere di più. Ricordo che si è arrivati all’approvazione della riforma sul filo di lana, un minuto prima che scadessero i termini. In realtà si tratta di un attacco alla becera burocrazia e ai suoi “sacerdoti” che non sanno scrivere leggi chiare, certe, definitive.
      Un cordiale saluto
      Antonio Risolo

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